Chi è Pansy? Da cosa deriva quel suo indistruttibile livore? Quel suo stare in mezzo agli altri sempre aggressiva, insoddisfatta, come se qualcosa macerasse continuamente la sua serenità? Si guarda attorno e vede il marito idraulico, eternamente incapace di limare le sue asperità; il giovane figlio obeso, cuffie perenni in testa, solitario, debosciato, voglia di fare qualcosa: zero; la sorella parrucchiera Chantelle, forse l’unica con la quale riesca a trovare attimi fuggenti di solidarietà familiare, subito repressi. È una donna graniticamente scontenta, Pansy. E forse non sapremo mai perché: l’infelicità ha radici strane, lontane, non sempre collegate a fatti o fattori accaduti, a drammi vissuti, a volte è congenita e forse è questa è la ragione vera di Pansy, ma anche no, il film non ce lo dice. A quasi 7 anni dalla ricostruzione storica di “Peterloo”, il regista inglese Mike Leigh, già Leone d’oro a Venezia nel 2004 con “Il segreto di Vera Drake”, ritorna a quei drammi intimi e familiari, che avevano fatto grande il suo cinema, a cominciare da “Segreti e bugie”, Palma d’oro a Cannes nel 1996. E di segreti e bugie vive questa storia narrata per lunghe scene corali, per frammenti improvvisi, con lunghi dialoghi, scritti come sempre magnificamente dallo stesso regista. Marianne Jean-Baptiste invade lo schermo con la forza e la sua energia conflittuale, con il suo corpo costantemente in battaglia, contro tutto e contro tutti. La scena della Festa della mamma è esemplare nel suo negare ogni possibilità ecumenica, ogni leggera parentesi al dolore e allo sconforto: qui Pansy afferma la sua assoluta incapacità di scavalcare ogni confine, ogni barriera con il mondo, anche quando l’affetto degli altri si fa più urgente, più vicino, più caloroso. Non si creda a un film totalmente disperato: Mike Leigh, come sempre, sa trarre spunti anche di palese divertimento, di ironia sagace, che possono anche esplodere in sonore risate sullo schermo. E non ha certo bisogno, all’occorrenza, di forzare la mano, di adoperare la tensione come una possibilità insistita di colpire al cuore; semmai è proprio il contrario, è usare senza enfasi lo strazio palpabile di una donna insoddisfatta per ricordarci come la vita ponga delle condizioni insondabili, dove i sentimenti scivolano in modo sdrucciolevole, indeterminato, incomprensibile. “Scomode verità” (il titolo originale è “Hard truths”, più durezza che scomodità) è un film che erode pian piano. Ne restiamo a lungo attratti non solo per la qualità eccellente degli altri interpreti (va ricordata almeno Michele Austin, che è la sorella Chantelle, il cui affetto a tratti è commovente), ma per la profonda semplicità con la quale un mondo familiare si mostra, cercando quell’attimo di speranza di cui ha bisogno, che almeno uno dei protagonisti sembra finalmente trovare nel finale. Voto: 7.