MARANO VICENTINO (VICENZA) - La fontana più grande d'Italia, 1.500 metri, davanti all'area archeologica di Pompei, l'hanno progettata e fatta loro a Marano Vicentino. È stata inaugurata con un concerto mentre i getti impazzivano tra luci e musica e, nella nebbia artificiale, i colori disegnavano la bandiera italiana. E hanno fatto loro nel Kuwait la fontana più grande, tremila metri quadrati. E quella dell'aeroporto di Doha e quelle per l'Expo di Dubai e anche l'Albero della vita per l'Expo di Milano. Non c'è, forse, grande fontana moderna nel mondo dove non sia passata la WaterCube, l'azienda guidata da Barbara Borriero, 51 anni, arrivata nella pianura vicentina tanti anni fa dalla Val Pusteria. Una fabbrica che ha una storia singolare, si chiamava DeltaGroup, faceva fontane e nel 2012 stava per chiudere, quando Borriero col marito e con tutti i dipendenti decisero di resistere, costituirono una società e andarono avanti cambiando semplicemente il nome. Affidarono le sorti della fabbrica a una donna. Oggi la WaterCube ha 15 dipendenti e fattura 4 milioni di euro. Realizza sempre fontane: dal design al progetto, alla costruzione. Lavora in tutto il mondo, specie in Arabia Saudita.

Signora Borriero come è arrivata dall'Alto Adige? «I miei si sono trasferiti da Brunico quando avevo otto anni, nasco bilingue italiano-tedesco. Mio padre Luciano aveva un allevamento di animali da pelliccia, mamma Rita insegnava all'asilo. Il nonno di Sandrigo era un maresciallo dell'esercito e per il suo lavoro la nonna aveva fatto sei traslochi, volevano tornare a casa e siamo arrivati a Thiene. Ho studiato Commercio estero a Vicenza e prima di iscrivermi a Filosofia ho risposto, poco convinta, a un annuncio della Delta. Mi hanno preso tra 200 persone e non ho più cambiato lavoro. Era il 1993, all'inizio per la Delta Group seguivo l'amministrazione. In seguito quell'esperienza amministrativa e commerciale mi è stata utilissima».Cosa è accaduto nella vecchia Delta? «L'azienda è andata in crisi in un momento di difficoltà legato alla realizzazione di un progetto particolarmente complesso. Nel 2012 il vecchio amministratore ha lasciato e si doveva decidere se proseguire l'attività o cercare tutti un nuovo lavoro. Io e mio marito, Cristiano Dal Bianco, lavoravamo qui e sapevamo che c'erano la voglia di continuare e prospettive di lavoro. Con quasi tutti i dipendenti abbiamo formato una società e proseguito nella continuità di un'azienda andata in concordato. La vera diversità è questa: esserci spinti a offrire pacchetti di progetto. Negli ultimi cinque anni la richiesta di pacchetti progettuali si è fatta più forte; il momento è propizio, c'è molta richiesta in Arabia Saudita. L'azienda ha una forte vocazione di costruzione e il fatto di poter fare progetti con la nostra esperienza è stato fondamentale».Come è lavorare in Arabia Saudita per un'azienda veneta? «Ci si scontra con progetti talvolta molto grandi e complessi. Richiede una fonte inesauribile di tempo, di coordinamento difficile, di video-incontri quasi ogni giorno. Viaggio moltissimo tra l'Arabia Saudita e gli Emirati, a Riad ci sono tantissimi progetti che ci vedono coinvolti, cose per noi inimmaginabili anche solo dieci anni fa. Il primo progetto internazionale lo abbiamo realizzato per l'aeroporto di Doha nel Qatar. Poi, sempre a Doha, la stazione della metropolitana. Sino alla fontana più grande nel Kuwait. Siamo stati impegnati nel parco di Kuwait City e nei lavori per l'Expo di Dubai con opere che resteranno».Come è la vostra fontana ideale? «La fontana è il nostro lavoro, è quello che amiamo fare, la nostra passione e forza vitale. La fontana è un insieme di design, creatività e architettura. Noi riceviamo la richiesta e inizia il lavoro condiviso di scelte, ispirazioni, idee per occupare un determinato spazio. Estetica e impiantistica camminano assieme, accompagnate dalla meccanica, dall'idraulica, dall'aria compressa, dall'elettronica che oggi ha una parte preponderante, specie nelle realizzazioni più spinte dal punto di vista scenografico. Abbiamo realizzato: le fontane nella Reggia di Venaria; il Roof Garden in Corea del Sud, con una superficie riflettente per le opere d'arte; Piazza della Vittoria a Reggio Emilia; l'hotel Roma di Napoli; il Centro Campari a Milano su progetto di Botta. Siamo presenti dall'Arsenale a Verona, nel centro di Skopje nella Macedonia. A Monselice abbiamo risistemato la fontana monumentale di Botta».Le vostre opere più imponenti? «In Kuwait: a Doha all'aeroporto ci sono vasche con decine di metri di tubi ìn plexiglass con acqua che scorre. Sempre a Doha una vasca da 400 metri quadrati in acciaio. A Cinecittà un laboratorio d'acqua con tunnel e uno schermo d'acqua per le proiezioni. Nell'Expo di Milano per l'Albero della Vita è stato deviato il Canale Villoresi per creare un bacino artificiale. Sempre a Milano, nel 2019, per l'Apple store abbiamo lavorato all'allestimento delle Chiuse di Leonardo. La fontana in Kuwait è la più grande finora realizzata, di fronte al mare, un complesso che si chiama Cultural Center Al Jaber, conosciuto come Kuwait Opera House: è il più grande centro culturale e anche teatro dell'opera del Medio Oriente. Lavoriamo per aziende, all'Outlet di Serravalle c'è un sistema di vasche riflettenti e di archi con la nebbia. Realizziamo fontane con muri d'acqua per le navi da crociera varate dalla Fincantieri. Senza dimenticare le fontane e la nebbia, realizzate per il Giubileo a Roma, davanti alla Basilica di San Giovanni in Laterano».E la fontana di Pompei? «È la più grande fontana in Italia, 1.500 metri, a Torre Annunziata, di fronte all'area archeologica che dista meno di 500 metri. Pompei è una fontana particolare, un fronte basso con luci e nebbia. C'è tanta elettronica che gestisce i getti, sincronizza luce, acqua e musica per creare show e spettacoli. Pompei è stato impegnativo dal punto di vista della grandezza del cantiere».Sembra un lavoro particolarmente complesso? «L'azienda non si reggerebbe se non ci fosse una squadra forte. Oggi faccio un lavoro diametralmente diverso rispetto al passato, ho anche la responsabilità dell'azienda, devo scegliere, decidere, scontrarmi con gli incassi che tardano, guardare avanti. Quando è iniziata la guerra in Ucraina avevamo firmato un contratto per un lavoro molto grosso a Kiev, abbiamo tenuto e un anno dopo siamo riusciti a completarlo. Quando è arrivato il Covid avevamo appena firmato il contratto per il padiglione all'Expo di Dubai, abbiamo gestito la costruzione da remoto tra comprensibili difficoltà. Col Covid si è rallentato il mondo, ma siamo riusciti a limitare i danni perché avevamo tanti progetti pronti per ripartire. Siamo stati in grado di superare l'ostacolo più importante, la prima grande esperienza internazionale in Kuwait: siamo partiti a giugno e a fine anno la fontana è stata inaugurata con uno spettacolo di Andrea Bocelli. I tempi erano corti, le condizioni climatiche difficili, ad agosto là ci sono 50 gradi, il Ramadan cadeva in agosto. Usavamo per la prima volta alcune tecnologie, dall'aria compressa al fuoco che richiede vari sistemi: in Kuwait funzionano 25 bruciatori sospesi a otto metri con colonne d'acqua».Come si presenta il domani? E c'è un sogno per Barbara? «Stiamo già lavorando a progetti importanti e prestigiosi, non ho paura di restare senza lavoro, è però vero che il mercato si sta rimpicciolendo e occorrono sinergie d'impresa. Parlo quattro lingue e sto studiando l'arabo per imparare a capire qualcosa del mondo nel quale lavoriamo. La cultura araba mi ha sempre affascinato, non ho mai avuto problemi come donna a interfacciarmi con loro, conoscere l'arabo può aiutarmi».