Migliaia di embrioni congelati nei centri di procreazione medicalmente assistita (pma) italiani non hanno futuro. Sarebbero oltre 31mila, secondo la relazione del ministero della Salute sullo stato di attuazione della Legge 40 del 2004 (quella che regola la pma nel nostro paese).
Molti di questi non verranno (mai) più utilizzati dalle coppie originarie, e siccome in Italia la legge non consente né di donarli ad altre coppie né di destinarli alla ricerca scientifica né di distruggerli - come avviene invece in altri paesi, anche europei - l’unica opzione è il congelamento “eterno” in azoto liquido: una condizione che molti medici definiscono “accanimento conservativo”, perché ha costi altissimi e nessuna logica, se non quella ideo-logica. Perché - vale subito la pena sottolineare – qui non si parla di feti, ma di blastocisti di tre-cinque giorni, ossia di un insieme di cellule prive di qualunque struttura o funzione, più piccole di una capocchia di spillo e invisibili a occhio nudo.
Riformare questa situazione sarebbe auspicabile. Ma farlo passando per una forzatura linguistica e simbolica come nell’ipotesi annunciata dalla ministra per la Famiglia e le pari opportunità Eugenia Roccella rischia di spostare il piano del dibattito dalla tutela delle persone coinvolte – coppie, donne, eventuali figli – a quello della propaganda ideologica. La ministra ha infatti ventilato l’intenzione del governo di “regolamentare l’adozione degli embrioni” congelati e rimasti inutilizzati, dopo che le coppie si sono sottoposte a procedimenti di fecondazione assistita.
















