I computer quantistici sono una minaccia? Mi è stato chiesto di tenere un intervento al Cybersecurity forum di Pescara questo mese e le domande che mi hanno posto gli organizzatori vanno dritte al cuore di questioni complesse e dibattute. Parliamo della cosiddetta minaccia quantistica. La capacità di calcolo dei computer quantistici si è sviluppata lentamente, ma inesorabilmente, in seno a illustri aziende come Ibm, Google, Nvidia e Microsoft, ma anche piccole aziende specializzate solo in questo settore come QuEra, IonQ, Rigetti e Quantinuum, o istituti di ricerca accademici come quello dell’università di Innsbruck o il Joint quantum institute negli Stati Uniti.
Chiaramente l’interesse di queste organizzazioni non è quello di rompere gli algoritmi esistenti, ma di rendere possibili calcoli una volta impensabili e che potrebbero rivoluzionare molte ricerche a partire dai campi della chimica e della fisica, tra cui l’iconica simulazione FeMoCo che prenderò a riferimento in seguito. Ma intanto, nel campo della crittografia, e quindi anche quello della sicurezza informatica, questa capacità di calcolo qualitativamente innovativa porterà con sé anche il pericolo di implicazioni globali devastanti per l’autenticazione ed il controllo di accesso ai dati, come dimostrato dagli algoritmi di Schor (1994) e di Grover (1996) che già tre decadi fa hanno teorizzato l’ineluttabile vulnerabilità quantistica degli algoritmi crittografici indicati in questa tabella.






