Non tutte le ciambelle riescono col buco. E a volte quel buco può essere nell’acqua. Londra e Bruxelles fanno le prove generali di un’intesa post Brexit, che potrebbe mandare in soffitta la sbandata sovranista di quasi dieci anni fa. Un accordo su pesca, sicurezza alimentare, difesa, figlio di un mondo che è cambiato molto più in fretta del previsto, con i britannici ai margini e attaccati solo a sotf power e foreign service, insomma l'intelligence, per contare qualcosa.

Era il giugno 2016 quando, per pochi voti, la campagna populista guidata da Nigel Farage e Boris Johnson riuscì a strappare la vittoria nel referendum. I leavers persero a Londra, ma si sa che le grandi città rappresentano un’eccezione (e la capitale britannica, otto milioni e mezzo di abitanti, più di altre): vinsero, invece, nelle aree rurali, convincendo i tanti delusi della globalizzazione.

Le scogliere di Dover, viste dalla Manica (Antonio Piemontese)

La campagna elettorale fu costruita su una serie di menzogne che avrebbero fatto scuola e avrebbero finito per ispirare figure come Donald Trump, tipi per cui la verità è materia per studenti di filosofia, e l’unica cosa che conta è il risultato finale, non importa con quali mezzi conseguito. Si ricordano, tra le tante, le balle sui fondi per il sistema sanitario nazionale (che, una volta fuori dall’Europa, avrebbe dovuto avere a disposizione 300 milioni di sterline a settimana in più: ma le cui prestazioni peggiorano). Ma anche invettive del tutto prive di senso, con Nigel Farage che arrivò ad accusare gli immigrati per il troppo traffico su autostrade e tangenziali.