La cannabis light non è droga, nessun effetto stupefacente e quindi nessuna condanna per spaccio. Si è concluso ieri a Parma con piena assoluzione il processo a Luca Marola, pioniere della cannabis light e patron di EasyJoint. «Tre anni per un’inchiesta grottesca che il procuratore di Parma Alfonso D’Avino, unico in Italia ha voluto concepire e altri tre anni di processo, a tratti surreale, non potevano portare che a questo risultato – ha dichiarato l’attivista Marola -. L’assoluzione così cristallina non può nascondere comunque il gigantesco torto subito dalla mia azienda: oltre 2 milioni di euro di magazzino distrutti, l’azienda pioniera della cannabis light e prima in Italia per fatturato cancellata, cinque anni di mancato guadagno. Sei anni di calvario giudiziario senza alcuna ragione, spese legali per difendermi da accuse che non avevano alcuna ragione d’esistere». Il procuratore capo di Parma Alfonso d'Avino aveva chiesto «una pena di 4 anni e 10 mesi e 55mila euro di multa per cessione e vendita di stupefacenti», volgarmente definito come spaccio.

Se la cannabis light sia droga oppure o no è la domanda cruciale a cui ha risposto il processo iniziato con il maxi-sequestro del luglio 2019, quando tra Canapaio Ducale e magazzini di EasyJoint la Finanza sequestrò oltre 600 chili di canapa per un valore di oltre 2 milioni di euro. La tesi dell’accusa è quanto riproposto nel ddl sicurezza del governo: se nel momento di vendita la destinazione d’uso del prodotto non rispetta una delle sei previste dalla legge, ma è una vendita al dettaglio, allora l’infiorescenza sulla canapa è droga. A seconda dell’uso per il ddl sicurezza lo stesso identico prodotto viene considerato droga oppure no. Anche se sta sotto la soglia capace di dare l’effetto drogante.