Siamo a Gaza. Sono circa le due del pomeriggio del 23 maggio. La dottoressa Alaa al-Najjar sta lavorando al Nasser Hospital di Khan Younis, nel reparto di pediatria. Arriva la notizia di un bombardamento dell’esercito israeliano a meno di un chilometro da lì. Le informazioni sono confuse. Dicono che è stata colpita una palazzina davanti al Fares, il benzinaio. Alaa capisce che è vicino a casa. Anzi, forse è casa sua. Lascia tutto e inizia a correre. «Fermati, è pericoloso stanno sparando», le dicono i suoi colleghi. Ma lei corre come una disperata perché in quella palazzina ci sono il marito Hamdi e i suoi dieci figli. «Quando sono arrivata ho visto la mia casa a terra e i miei figli martirizzati, carbonizzati, irriconoscibili. Ho identificato solo il mio piccolo Rival, di 4 anni», racconta Alaa che risponde alle nostre domande grazie all’aiuto della nipote Samah al-Najjar, anche lei dottoressa. Davanti all’indicibile, all’impensabile, all’inenarrabile, Alaa fa l’unica azione concessa al corpo di una madre orfana di nove figli: sviene. Nell’attacco muoiono tutti, tranne Adam, 11 anni, e il marito Hamdi, dottore del Nasser. I corpi di Yahya, 12 anni, e Sidra, 6 mesi, sono ancora sotto le macerie.