Tanto lo sapete già: ha vinto Dario Franchitti, nome italiano, ma in realtà viene dalla Scozia. Qui alla 500 Miglia di Indianapolis aveva già vinto due volte, con questa fa tre ed eccolo approdato nella leggenda. Per gli amanti del gossip, la sua fidanzata si chiama Ashley Judd, famosa attrice: levita leggiadra ai box, come una sorta di apparizione, ed evidentemente porta fortuna. E con questo, la notizia l’ho liquidata e posso passare a raccontare. Se Indianapolis è Indianapolis è anche perché qui si corre da quando le corse quasi non esistevano: le facevano negli ippodromi, mettendo ai piloti delle maglie colorate, come ai fantini, per riconoscerli: ci misero un po’ a capire che dipingere sulle auto un numero era più pratico. Si correva sulla terra e quindi il tutto si consumava in un nuvolone di polvere in cui si intravedeva giusto qualcosa.
L’idea di fare dei veri e propri circuiti, disegnati apposta per le corse, appariva ancora come un’ambizione da grulli, ma a Indianapolis un passo avanti lo fecero: tennero il modello di pista delle corse di cavalli ma lastricarono il fondo di mattoni, che adesso sembra una follia e allora invece dovette sembrare solo una tollerabile rottura di palle (ne misero giù 3 milioni e duecentomila, di mattoni). Di quel selciato, mitico, gli americani, che avendo poca storia non ne buttano via neanche un centimetro, hanno salvato una striscia, proprio sulla linea del traguardo: le gente ci va, si inginocchia e bacia i mitici brick: è gente fatta così. Fatta la pista si inventarono la gara: duecento giri gli sembrarono una bella misura ed è così che nacque la 500 Miglia.






