Il tatuaggio è un linguaggio visivo antico, una forma d'arte che racconta storie, emozioni e identità. Per chi vive in carcere, diventa molto più di un semplice ornamento: rappresenta l'unico spazio personale che non può essere sottratto. Amomamma. Il carcere visto attraverso il tatuaggio, curato da Daniela Attili, Paola Bevere e Gabriele Donnini, esplora questo tema con profondità e rigore, mettendo in luce il valore simbolico e le implicazioni sociali di questa pratica.

Il volume, pubblicato da Meltemi Editore, sarà disponibile dal 30 maggio e analizza il tatuaggio come strumento di comunicazione, autodeterminazione e libertà all'interno delle carceri. Gli autori spiegano come questa pratica, sebbene pericolosa e spesso clandestina, rappresenti un punto di resistenza per i detenuti, privati di uno spazio personale e di un’identità riconosciuta dalla società.

L’opera affronta diverse tematiche, tra cui la relazione tra il codice informale delle carceri e quello formale dell’ordinamento penitenziario, la storia del tatuaggio in situazioni di restrizione della libertà e le strategie di riduzione del danno. Inoltre, il libro include interviste a tatuatori e detenuti, fornendo una prospettiva diretta sulle motivazioni e i rischi di questa pratica.