Ogni anno in Europa si contano almeno 17 milioni di tonnellate di scarti alimentari, residui che poi finiscono in inceneritori o discariche, con un impatto ambientale e economico non più sostenibile. Allo stesso tempo in Europa si consumano più di 37 milioni di tonnellate di cellulosa per produrre carta: quasi la metà arriva ancora da fibre vergini, e questo significa una cosa sola: deforestazione. Due problemi così distanti trovano soluzione in ReVita, startup milanese fondata nel 2022 da due giovani chimiche, Greta Colombo Dugoni e Monica Ferro, che trasforma gli scarti agroalimentari in fibre con cui produrre carta e imballaggi compostabili. “Food waste is the new packaging” è il loro payoff che racchiude una visione che è tutt’altro che uno slogan.

Niente coltivazioni dedicate, niente input nuovi: ReVita utilizza solo sottoprodotti che nessuno vuole. Come la crusca che resta nei mulini, la lolla del riso nei consorzi agricoli, le trebbie esauste dei birrifici artigianali (sempre di più), le bucce del pomodoro che avanzano nella lavorazione delle conserve. Tutti scarti alimentari autentici, locali, spesso a chilometro zero. “Non ci inventiamo nuovi rifiuti, non coltiviamo per produrre carta. Usiamo solo quello che c’è già. È una scelta industriale ed etica molto decisa,” spiegano.