Una sentenza della Corte costituzionale ha riconosciuto a due donne il diritto di essere considerate genitrici di un bambino ottenuto con la procreazione medicalmente assistita legalmente disponibile all’estero. Questa sentenza è importante per varie ragioni, alcune strettamente giuridiche, altre di natura più generale che prescindono dal caso concreto.
Da un lato, ma non è il tema di cui si occupa questo post, la decisione colma un vuoto giuridico o, se vogliamo, afferma un principio politico. Mette la tutela del minore al centro dell’interesse dell’ordinamento e conferma che la genitorialità è un diritto a prescindere dalla formazione sociale minima nel quale questo diritto si esercita.
Questo indubbio consolidamento nel sistema dei diritti è stato possibile, perché il diritto non deve necessariamente seguire la realtà oggettiva (fatto acquisito da tempo, se consideriamo la tutela giuridica dei culti religiosi). Dunque, tecnicamente non è “fuori dal sistema” stabilire che il ruolo di genitore biologico non è più giuridicamente rilevante in via esclusiva per acquisire il relativo status giuridico.
A questo proposito, è importante capire che – si legge fra le righe della sentenza - non è importante se la nascita avvenga con l’apporto di un essere umano: oggi è ancora necessario, ma l’evoluzione delle tecniche per gravidanze artificiali extrauterine lascia intendere che in futuro possa non esserlo. Quindi, il tema della identità del genitore rimane dal punto di vista strettamente genetico, ma non necessariamente più da quello fisico e, dunque giuridico.










