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Quando L’odio di Mathieu Kassovitz fu presentato a Cannes il 27 maggio del 1995 con il titolo La Haine, gli agenti di polizia che facevano da servizio d’ordine durante il tappeto rosso diedero le spalle agli attori e al regista mentre salivano le scale del Palazzo del cinema. Fu un gesto simbolico contro un film che in quel momento nessuno aveva ancora visto, ma di cui tutti conoscevano l’argomento e il punto di vista.
Ideato a partire da un caso di cronaca, ambientato nelle banlieue di Parigi con attori esordienti o quasi e moltissime comparse prese da quei quartieri periferici, ispirato allo stile del cinema americano ma poi molto radicato nella cultura urbana locale, L’odio è stato uno dei film europei più importanti degli anni ’90 e un punto di riferimento per ogni altro film sulle periferie, l’integrazione, la violenza della polizia e la vita nelle città europee degli ultimi decenni. Kassovitz lo pensò proprio come una sorta di film definitivo sull’argomento.
Il 6 aprile 1993 il diciassettenne Makomé M’Bowolé fu arrestato insieme a due suoi amici: la polizia li aveva sorpresi a contrabbandare sigarette. Nel tentativo di estorcergli una confessione che comprendesse anche il furto con scasso, l’ispettore Pascal Compain gli puntò la pistola alla tempia, e convinto che fosse scarica premette il grilletto per spaventarlo. I proiettili c’erano, e Compain lo uccise. Il caso ebbe rilevanza nazionale e portò alla condanna per omicidio non volontario dell’ispettore, ma quello di cui si parlò di più fu quanto questo tipo di intimidazioni fossero ordinarie. Lo dissero i molti ragazzi dei quartieri periferici intervistati e lo dissero anche i colleghi di Compain, presenti all’interrogatorio, che non lo fermarono perché abituati a questo tipo di pratiche per spaventare gli interrogati. Quella stessa sera, dopo essere stato a una manifestazione di protesta per l’accaduto ed essere stato caricato dalla polizia, Mathieu Kassovitz racconta di aver iniziato a scrivere L’odio.






