27 Maggio 1995. L’odio/La haine, secondo film dell’allora ventottenne Mathieu Kassovitz, viene presentato a Cannes; e dal 31 è già nelle sale francesi, dove riscuote uno straordinario successo (da noi arriverà a settembre). È uno dei film europei più formalmente politici dell’epoca; e un'opera di grande potenza estetica (caratteristica di rado poi ravvisabile a questi livelli nel lavoro del regista) che interroga il ruolo della violenza nel travaso dagli spazi urbani delle banlieues alla psiche collettiva trascendendo la semplice denuncia dell’ingiustizia sociale (o del razzismo connaturato e sistemico delle forze dell’ordine) per arrivare a mettere in scena un’impasse radicale e simbolica i cui elementi si muovono tutti verso il disastro. Tre i personaggi principali: l’instabile, impulsivo ebreo ashkenazita Vinz (Vincent Cassel, pressoché all’esordio dopo un piccolo ruolo nell’opera prima di Kassovitz, Métisse, 1993), l’arabo maghrebino Saïd (Saïd Taghmaoui) e l’ex pugile nero delle Antille francesi Hubert (Hubert Koundé). Dalle 10:38 del mattino fino alle 6:01 del giorno successivo, i tre vagano dalla periferia al centro di Parigi (e ritorno) in cerca di un’occasione per sfogare la loro rabbia e frustrazione, segnati dagli scontri della notte precedente tra giovani e forze dell’ordine (esplosi dopo che un sedicenne è stato gravemente ferito da un ispettore durante un interrogatorio). La loro composizione è simbolica: rappresentano figure marginalizzate della società francese, formando un nucleo che metaforizza il disagio psichico e sociale dell’esclusione. E la loro parabola costruisce un interrogarsi sull’odio come risposta impotente alla marginalizzazione che trasforma però progressivamente il film anche in una riflessione sui traumi e le pulsioni di morte che si annidano sotto giovinezza e ribellione.