“La cucina degli immigrati di colore viene mercificata e oggi ci se ne appropria, ignorando, sfruttando le persone deportate negli Stati Uniti. Nelle mie memorie – scrive Jill Damatac – costringo il lettore a confrontarsi con la mia storia personale, la violenta storia dell'occupazione spagnola e americana delle Filippine e le realtà politiche dell'intervento americano nelle Filippine che ci ha portato negli Stati Uniti, molti dei quali clandestini. Non puoi semplicemente mangiare il nostro cibo. Devi prima ingoiare alcune verità difficili”.
Le origini
Jill Damatac è una cine-asta di origine britannico-filippina, autrice di un libro – Dirty Kitchen, edito da Simon & Schuster Audio e per ora disponibile solo in inglese, anche come audiolibro – che sta facendo discutere, ampiamente raccontato anche da Sadie Stein sul New York Times. Fa discutere perché va all’origine di quello che oggi viene comunemente chiamato “cibo etnico”, che è entrato nella quotidianità, che piace, ma che cancella la storia di quei piatti. Scrive sul suo profilo Instagram, Jill Damatac, che “il lettore non può semplicemente assimilare” il trauma vissuto da lei e da centinaia di migliaia di connazionali: “Devi assumere la medicina della storia politica che si è manifestata come violenza sul mio corpo”. Messaggio facile da recapitare ai destinatari? No, perché secondo la scrittrice chi acquista il libro pensa di trovarsi tra le mani esclusivamente un bel volume di ricette da preparare a casa. Invece no: “I lettori e i critici che hanno detto che le linee guida e la storia delle ricette sono fuorvianti e con ingredienti difficili da reperire, o addirittura casuali devono capire: smettetela di comportarvi da neocolonizzatori”.






