Racconta il papà di Federico (nome di fantasia), 4 anni, che soffre di epilessia: «In caso di crisi epilettica, mio figlio ha bisogno del suo farmaco salvavita, che può essere somministrato senza avere competenze mediche. Ma il bambino non può frequentare il corso di minibasket che si svolge nei locali della sua scuola perché la società sportiva rifiuta di ammetterlo se non viene garantita la presenza di un genitore; per lo stesso motivo non è stato ammesso al centro estivo, ma io e mia moglie lavoriamo entrambi e non possiamo assentarci per intere giornate, né abbiamo parenti che possano occuparsi del bambino».
Dice il papà di Chiara (nome di fantasia), 38 anni, con una forma di epilessia genetica rara resistente ai farmaci, che comporta crisi di «assenza» (perdita di coscienza per breve tempo): «Mia figlia si è diplomata nel 2006 e da allora è iscritta al collocamento mirato ma non è mai stata chiamata e non ha avuto altre opportunità di lavorare pur avendo partecipato a diversi corsi di formazione».
«La parola epilessia fa paura solo a pronunciarla, precludendo a mio figlio opportunità di lavoro – racconta la mamma di Giorgio (nome di fantasia), 23 anni, con una forma resistente ai farmaci, diplomato in agraria – . C'è persino chi "preferisce" assumere a seconda del tipo di disabilità, identificando mio figlio con la sua malattia, senza tener conto delle potenzialità del ragazzo».






