Il vino non è mai stato soltanto una bevanda, è pane liquido, piacere quotidiano, simbolo sacro, presenza domestica. Nella Firenze del medioevo è stato merce tassata e linguaggio del potere, attraversando ogni spazio della città: le mense dei priori e le celle dei mercanti, le taverne dell’Oltrarno e i palazzi delle grandi famiglie, le buchette scavate nei muri per vendere al minuto, i cantieri del Duomo — dove Brunelleschi faceva distribuire vino diluito agli operai durante il lavoro — e le gabelle che regolavano la sua circolazione con la stessa attenzione riservata al sale.
Le vigne urbane conquistano (anche) l'America: "All'inizio ci prendevano per matti"
29 Ottobre 2021
Fin dal Trecento, Firenze aveva un rapporto organico col vino. Una delle tredici Arti maggiori, quella dei Vinattieri, ne disciplinava il commercio; la città traeva da esso una delle principali entrate fiscali; i toponimi lo testimoniano ancora oggi: via della Vigna Vecchia, via della Vigna Nuova, Santa Maria tra le Vigne (oggi nota come Santa Maria Novella). Le viti venivano coltivate anche dentro il circuito delle mura, creando un vero e proprio continuum tra città e contado, tra spazio produttivo, spazio amministrativo e spazio simbolico, perché l’ultima cerchia di mura, iniziata nel 1333, non verrà raggiunta urbanisticamente fino all’Unità d’Italia, lasciando ampio spazio alle coltivazioni.






