Aspettava il suo volo all’aeroporto di Colonia/Bonn, dagli altoparlanti usciva una musica invadente: provò a chiedersi quale potesse essere, invece, la più consona a disinnescare l’ansia dell’attesa. Era il 1978 e Brian Eno rivoluzionò il mondo discografico componendo Ambient 1: Music For Airports, un album che inventò un nuovo genere musicale: quattro tracce con assoli di piano, voci filtrate in un loop di suoni sovrapposti che creano paesaggi sonori eterei e ripetitivi. La colonna sonora diventa un ingrediente importante del design emotivo. Ma se l’obiettivo di quella composizione – lo disse lui stesso – era quello di «indurre calma e creare uno spazio per pensare», oggi, a quasi 50 anni di distanza, è legittimo chiedersi – al netto della piacevolezza dell’ascolto – se la musica per aeroporti potrebbe ancora essere il sottofondo ideale delle nostre attese. Allora si trattava di tempi sospesi, al limite occupati dalla lettura di un magazine stropicciato, lasciato su un tavolino, ora la rivoluzione tecnologica li ha invasi completamente. Viviamo in una fase storica in cui, da un lato, siamo produttivi in ogni attimo della nostra vita e, dall’altro, anche quando abbiamo assolto tutti i nostri doveri professionali, siamo sudditi di quello che il filosofo coreano Byung-Chul Han nel suo libro Infocrazia (edito da Einaudi) definisce “regime dell’informazione”: vogliamo sapere tutto, subito, sempre. La deduzione è semplice: sono i device tech i protagonisti delle nostre attese, che siano in un aeroporto, in uno studio medico o in una bellissima hall di un hotel 5 stelle.