Il capitalismo familiare non è cambiato nel corso degli anni. Penso che i cambiamenti siano stati marginali». Il banchiere d’affari Gerardo Braggiotti, intervenendo al Festival dell’Economia di Trento organizzato dal Gruppo Il Sole 24 Ore, fissa un punto fermo: «Gli ingredienti che hanno determinato il successo venti anni fa sono sostanzialmente gli stessi». Quali? Per spiegarlo Braggiotti ha ricordato la vicenda Fiat quando, a causa dell’avvicinarsi di un prestito convertendo, nel 2005, la famiglia Agnelli rischiava di essere estromessa dalla società. In quella occasione, ha proseguito il banchiere, «avere un management capace indipendentemente dal fatto che appartenga alla famiglia proprietaria, affiancata da consiglieri fidati e dalla presenza di un membro della famiglia aperto al cambiamento, sono stati gli ingredienti vincenti».

Una “regola” che vale anche oggi. E questo nonostante le imprese siano diventate sempre più sofisticate, moderne e complesse da gestire oltre a registrare importanti differenze culturali tra il sistema delle imprese famigliari europee e quello delle americane, ha osservato Santiago Iñiguez de Onzoño, presidente della IE University, una delle più prestigiose business school nel Vecchio Continente: «Ci sono differenze sostanziali tra le imprese famigliari europee e americane», ha osservato il presidente della IE, «il sistema americano si basa sulla meritocrazia, sul pragmatismo, con un focus sulla performance e una maggiore separazione della proprietà dal controllo. Il modello aristocratico, quello europeo, è più tradizionale, più legato al passato, e viene data molta importanza all’identità della famiglia».