La chiesa cattolica da sempre suggerisce la sua visione geopolitica. Questo si ripropone attraverso la diplomazia, i legami istituzionali che ogni papato sceglie di stringere o denunciare. Tutto questo fa da corollario all’espressione di una soft-power, al pari di grandi potenze mondiali, che esprimono però la propria potenza anche con la forza coercitiva. Nel corso di ogni pontificato il luogo d’origine del suo Papa ha dato un’impronta indelebile alla sua impostazione comunicativa e di proiezione globale, sia in senso populistico sia in senso geopolitico. Pensiamo all’elezione di Papa Bergoglio, ad esempio, quando affacciato dal balcone di Piazza San Pietro, introdusse il suo discorso dicendo che i ‹‹ cardinali sono andati a prenderlo [lui] quasi alla fine del mondo». Sottolineando come fino a quel momento la centralità posta dai vertici cattolici era tutta sul continente europeo. Spostando l’attenzione sui paesi del terzo mondo, Papa Francesco si inserisce in controtendenza rispetto ai suoi due predecessori, ben attenti al legame geografico tra la tradizione cattolica degli ultimi secoli e l’identità europea. Già da Papa Giovanni Paolo II, che rivolse prevalentemente lo sguardo a est – Europa si intenda – dichiarandosi apertamente e denunciando il sistema sovietico di quel momento, fino all’abbattimento del muro di Berlino. La successione a Papa Benedetto XVI sposta l’attenzione un po’ più a ovest – ma non troppo – ricordando sempre le differenze sostanziali con l’Islam. Se è quindi vero che, il luogo a cui si è fortemente legati lascia un segno profondo nel modo di comunicare e nel modo in cui si presenta al mondo, è giusto chiedersi cosa sarà possibile aspettarsi da Leone XIV. Ne abbiamo parlato con Gianluca Pastori, analista dell’Ispi.