Appena tre anni e sette mesi. Tanti ne trascorsero tra la fondazione dei Fasci italiani di combattimento a Milano in Piazza San Sepolcro (23 marzo 1919) e la marcia su Roma che portò l’ex socialista Benito Mussolini alla guida del governo (28 ottobre 1922). Complice di questa situazione un caotico dopoguerra in cui era pressoché impossibile trovare una maggioranza parlamentare. La sinistra era convinta di essere alla viglia della rivoluzione e si era radicalizzata, erano state occupate le fabbriche (settembre 1920), si verificavano un po’ ovunque scontri armati tra «rossi», «neri» e forze dell’ordine. Gabriele D’Annunzio aveva conquistato Fiume e l’aveva tenuta per più di un anno (settembre ’19-dicembre ’20). Gli ex combattenti ritenevano di non aver ottenuto i meritati riconoscimenti. Complice tutto ciò, i fascisti, a dispetto degli iniziali insuccessi elettorali, ottennero nell’ottobre del ’22 che Vittorio Emanuele III assegnasse al loro leader l’incarico di formare un nuovo governo. La marcia su Roma fu solo folklore. E Mussolini, nonostante potesse contare in Parlamento solo su un minuscolo gruppo di deputati (eletti nelle elezioni del 1921), riuscì nell’intento. Con i voti di liberali e cattolici, i cui leader erano convinti di potersi servire di lui per calmare le acque, salvo poi riprendere il gioco nelle proprie mani non appena il clima politico si fosse ristabilito.