«La cittadinanza, quando viene comprata e venduta anziché concepita come veicolo di emancipazione politica, diventa uno strumento di dominio e oppressione. La democrazia, quale ideale che professa che tutti abbiano una parte nel governare e nell’essere governati, si trasforma via via in una forma di oligarchia attraverso cui una minoranza ricca controlla il potere politico, appropriandosi dei mezzi per conquistarlo ed esercitarlo» scrive Lea Ypi, docente di Filosofia politica alla London School of Economics ed esperta di marxismo e di teoria critica in Confini di classe. Diseguaglianze, migrazione e cittadinanza nello stato capitalista (traduzione di Eleonora Marchiafava, Feltrinelli, pagg. 80, euro 10). Si tratta di un breve pamphlet che vuole spiegare in che modo la sinistra ha smarrito la propria bussola, accettando il dilemma tra giustizia sociale e immigrazione come un dato di realtà, e non come il frutto di rapporti di potere, mostrando che le politiche migratorie contemporanee rafforzano la divisione tra classi sociali.

La cittadinanza, oggi, che cosa è?

Una merce. Si tratta di una merce che viene comprata. Viene e venduta ai più ricchi e invece viene negata a chi non può permettersela perché non ha reddito o non ha requisiti linguistici richiesti. Questo è particolarmente drammatico perché si è passati da una concezione universalista, espansiva, della cittadinanza come veicolo di progresso democratico a una concezione restrittiva. Questo significa che oggi la cittadinanza, anziché aprire alla possibilità di avere certi diritti, li restringe. E questo ci riporta ai giorni in cui la cittadinanza veniva ristretta per censo, accessibile solo ai ricchi, a chi parlava lingua nazionali e non i dialetti. All’era della cittadinanza pre-democratica,