«Le ingiustizie, le differenze economiche e sociali, le accettiamo e sappiamo che in molti luoghi e in molte situazioni rappresentano un vero scandalo. Si reagisce con l'impotenza, la rabbia, rassegnazione, indifferenza. Io continuo a credere che anche se non cambiano il mondo il cinema e il teatro possono fare la differenza». È il giorno della regina a Cannes, sua Maestà Isabelle Huppert, (introdotta alla conferenza stampa come «la Queen») fuori concorso con La femme la plus riche du monde di Thierry Klifa, ispirato liberamente a uno degli scandali più clamorosi della recente storia francese: quello che coinvolse Liliane Bettencourt, figlia di Eugène Schueller, il chimico che fondò L'Oréal nel 1909, diventata da allora l'azienda di bellezza numero uno al mondo. La figlia Françoise Bettencourt Meyers accusò nel 2007 il fotografo François-Marie Banier di circonvenzione di incapace e di aver beneficiato di donazioni astronomiche. Nel film Huppert è Marianne, il fotografo si chiama Fantin. Il regista si è concentrato sugli aspetti romantici e romanzeschi della relaziona tra i due. «Un po' tragedia un po' farsa». Se i fatti sono reali - basati sull'enorme quantità di informazioni uscite sui giornali, tutto reso pubblico all'epoca, le migliaia di lettere e fax scambiati tra i due, i diari, -i dialoghi e gli aspetti più intimi sono un'opera di fantasia. Come nella vicenda reale ci sono una miliardaria fuori dal comune, un maggiordomo attento e un fotografo mondano e intrigante. E dei personaggi parla Huppert che evita ogni commento sulla vicenda reale. «Quando i film sono su storia reali gli attori per fare bene devono dimenticarli». Non è una docufiction. «Questo è un film su una donna ultraricca che non ha bisogno di chiedere nulla, nessuno mette in discussione la sua autorità. Si può permettere ogni lusso che noi ci sogniamo. Anche quello di lasciarsi manipolare. Ma, diciamolo, non succede con tutti gli affetti, di essere in qualche modo squilibrati. E comunque anche facendolo, lei non rinuncia a nulla della sua forza, del suo potere». Detto da una regina, c'è da crederle.