«Chi non ha il potere sulla storia che domina la sua vita, il potere di raccontarla, ripensarla, decostruirla, scherzarci sopra e cambiarla secondo il mutare dei tempi, è davvero impotente», scrive Salman Rushdie. La frase è in esergo all’esilarante e straniante libro di Shalom Auslander, Feh. Che schifo la vita (traduzione di Katia Bagnoli, Guanda, pagg. 360, euro 24) in cui l’autore prende in mano la narrazione più potente della sua storia, e decide di riscriverla a modo suo, cercando di esorcizzare la favola con cui è cresciuto, con cui tutti siamo cresciuti, oppressi, ovvero di un’umanità cattiva, terribile, infima. Lo fa per cercare di non trasmetterla ai suoi figli. Auslander, in particolare, si riferisce alla storia biblica con cui è stato stato tirato su - figlio di un padre alcolizzato e di una madre divorata dai sensi di colpa - sempre sotto il giudizio del Dio prepotente e violento di cui gli parlavano i rabbini che frequentava.

Feh?

Feh è una parola yiddish che significa disgusto. La sentivo dire sempre a proposito di me quando crescevo. Ogni cosa che facevo i miei genitori dicevano che era disgustosa. La ragione per cui ho scritto il libro, in una specie di crisi di mezza età, è per capire da dove venisse questa carica negativa. Ho capito che veniva da una storia molto vecchia: da migliaia di anni ci diciamo che la gente è cattiva, che l’umanità ha rubato la mela nel giardino dell’Eden, che siamo cattivi e che questa malvagità ce la porteremo dietro tutta la vita. Ho fatto questo viaggio cercando di liberarmi di questa storia.