Diritti e parole, a volte, prendono strade diverse. Da giorni si parla di un «referendum sul matrimonio egualitario» (qui per firmare). Ma il quesito depositato lo scorso aprile alla Corte di Cassazione da Volt, non istituisce il matrimonio per le coppie dello stesso sesso. Né modifica il codice civile. Si tratta di un referendum abrogativo che punta a cancellare alcuni commi della legge 76/2016 – la cosiddetta legge Cirinnà – per ridurre le differenze esistenti tra unioni civili e matrimonio.

La raccolta firme, iniziata il 5 maggio 2025, ha già superato le 300 mila sottoscrizioni, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 500 mila entro il 3 agosto. Ma se la mobilitazione popolare cresce, altrettanto cresce il dissenso dentro la stessa comunità LGBTQIA+. Da un lato chi, come Volt, parla di un «passo avanti concreto verso l’eguaglianza»; dall’altro chi, come l’associazione Rete Lenford, mette in guardia da una comunicazione fuorviante, da un approccio poco condiviso e da possibili effetti boomerang.

Il cuore del quesito

«Il nostro quesito – racconta a La Stampa Francesca Romana D’Antuono, co-presidente di Volt Europa – mira ad abrogare i passaggi della legge Cirinnà che mantengono queste disparità. A parità di diritti, si creerà una pressione istituzionale e giurisprudenziale affinché il legislatore intervenga». La parola chiave, per Volt, «non è matrimonio, ma egualitario».