È così che il mondo lo ha conosciuto. Con una espressione gergale, e stiamo usando un eufemismo. Quando nel lontano 1999 l’anonimo funzionario appena promosso capo del governo disse che avrebbe inseguito «fin dentro al cesso» i ribelli ceceni, stava facendo una dichiarazione programmatica. Non tanto per la promessa, poi mantenuta con pratiche brutali, quanto per il modo in cui l’aveva espressa.

Venticinque anni dopo, Vladimir Putin è ancora considerato come un uomo che, come dice un proverbio russo, non deve «frugare in tasca per trovare la parola giusta». E questo piace moltissimo ai suoi connazionali. Putin ha compreso fin dall’inizio il vantaggio di parlare con il popolo attraverso frasi talvolta volgari ma efficaci per essere considerato «uno di noi». In Russia, le parolacce, poche radici e innumerevoli derivati, compongono un linguaggio a sé stante, espressivo e indicativo dell’appartenenza ai ceti sociali più umili.