Caro Aldo,
ho trovato di gusto molto discutibile la scelta di intervistare Georg Gänswein. A che titolo, intanto? È nunzio a Vilnius, lavori in pace. Pessima e inutile la strisciante denigrazione di papa Francesco appena morto evocando una «differenza» fra lui e papa Leone XIV pro domo propria, travestita da untuosità. Personaggio ambiguo che ha nuociuto allo stesso papa Ratzinger in quello strano ruolo di ombra. Mi sembra un esempio, da non proporre, di quel chiacchiericcio velenoso sul quale papa Francesco ha sempre e, giustamente, ammonito la Chiesa e i credenti tutti. No, proprio non sento la necessità di rievocare Gänswein.
Marco Vizzardelli
Caro Marco,
Sono d’accordo con lei solo a metà. Anch’io personalmente considero padre Georg una figura cupa. Si è impegnato molto per fare del male a papa Francesco, e ha finito per danneggiare lo stesso papa Benedetto, che è stato usato dagli oppositori di Bergoglio. Non sono d’accordo però sull’inopportunità di intervistarlo, come ha fatto con la consueta maestria Massimo Franco. Parlando in generale, è profondamente illiberale confondere le parole dell’intervistato con quelle dell’intervistatore. Non possiamo e non dobbiamo intervistare soltanto le persone che la pensano come noi. Al contrario, è molto più interessante intervistare le persone che la pensano diversamente. Un’intervista non è un favore che si fa, è l’occasione per dare voce a chi comunque merita di essere ascoltato, a prescindere da chi è e da quello che dice. Se poi, come talora accade, lo si porta sopra le righe, se lo si induce a dire forte e chiaro quello che pensa davvero, tanto meglio. Una volta una collega della Stampa, una bravissima cronista di nome Emanuela Minucci, assunse una falsa identità per entrare nella casa del delitto e strappare un’intervista. Finì nei guai giudiziari. L’allora direttore della Stampa, Paolo Mieli, mi chiese di intervistare un giornalista importante a difesa della nostra collega. Provai a chiamare il più importante: Indro Montanelli. Siccome era un signore — quando eravamo alla scuola di giornalismo ci accolse nel suo ufficio al Giornale, e si alzò in piedi offrendo a chi voleva la propria sedia, che nessuno ovviamente osò profanare —, rispose. Disse che un vero giornalista non arretra di fronte a nulla e a nessuno, e bisogna intervistare chiunque. «Se è per questo — aggiunse — io ho intervistato persino Hitler». E raccontò l’incontro alla frontiera polacca con il Führer che veniva a visitare i campi di battaglia. «Non fu una vera intervista, fu un monologo, che mi fu vietato di riferire». Non so se sia andata davvero così, una biografia di Montanelli si intitola «Lo stregone» non a caso; ma se il grande Indro intervistò Hitler, noi nanetti sulle sue spalle di gigante possiamo intervistare padre Georg







