Il Pnrr, le spese per la difesa e il Mes. Tre dossier che si intrecciano e su cui il governo vorrebbe guadagnare delle aperture da Bruxelles per sciogliere quei nodi che si trascinano da anni e ora sono arrivati davvero al pettine. I problemi su cui l’esecutivo cerca una sponda dall’Europa sono essenzialmente tre: superare i ritardi legati alle opere del Piano nazionale di ripresa e resilienza; alleggerire il bilancio pubblico dai prestiti da rimborsare nei prossimi anni e superare il vicolo cieco in cui si è cacciata l’Italia in quanto unico Paese a non aver ratificato il fondo salva banche.
Partiamo dal Pnrr. La sesta relazione semestrale del governo presentata a marzo certifica un avanzamento a dir poco problematico. A fine 2024 i pagamenti effettivi si attestano intorno ai 64 miliardi, di fatto solo 18 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Da qui all’estate del 2026 bisogna arrivare a spendere 130 miliardi, una montagna enorme da scalare. Quel che è certo è che Palazzo Chigi si prepara nel giro di un mese alla quinta revisione, ma sarà molto ampia, forse più di quella che portò al Repower, il capitolo aggiuntivo per l’indipendenza energetica. Uno dei capitoli più pesanti riguarda gli incentivi di Transizione 5.0: ci sono circa sei miliardi di incentivi per l’innovazione che le imprese non hanno ottenuto a causa dei paletti troppi stringenti e di una burocrazia soffocante. Saranno riprogrammati sotto forma di contratti di sviluppo e costruiti ad hoc per le esigenze delle aziende, magari tornando al vecchio Transizione 4.0.






