Vi proponiamo in queste pagine interviste, critiche, recensioni del nostro archivio storico per ripercorrere e collezionare, in cinquanta settimane, i 50 anni di Tuttolibri. Qui Liala si racconta nel numero di Ttl arrivato in edicola il 6 novembre 1976 L’autore che vende più libri in Italia è Lyana Negretti Odescalchi, un’anziana signora bianca e fragile che il pubblico conosce con il nome di Liala. Ha scritto settanta romanzi, tre libri di novelle e due di racconti. Il primo romanzo, Signorsì, è arrivato al milione di copie. È una storia di aviatori e quando uscì, nel 1931, il critico del Corriere della Sera, sicuro che l’autore fosse un uomo (poteva una donna essere tanto esperta di aerei?) scrisse: «Bisognerà tenere d’occhio questo nuovissimo Liala». Ancora per qualche anno la critica fu favorevole, poi tacque oppure morse. «Sapesse quanti morsi. A me, che non ho mai fatto male a nessuno» dice Liala. Curiosamente, la critica taceva e il successo della scrittrice aumentava. Ha detto Enzo Biagi: «La sua buonafede è la ragione del successo». Non bastasse il vagone di libri venduto ogni anno a dimostrare tanta popolarità, ci sarebbe il sacco di posta che ogni giorno il portalettere lascia in portineria. Arrivano lettere perfino dall’America, talvolta con questa scarna traccia: «Liala, Varese ». In qualche busta c’è un certificato di nascita dove risulta che una bimba è stata battezzata Liala. «Ne avrò una quarantina di Liale. Qualcuna è già mamma». Le scrivono donne e anche uomini per chiederle consigli. Oppure ci sono lettere come questa di una ragazza di Gravellona: «Piove, è una giornata triste, sono sola. Ho letto un suo libro. È stato bello». Un’altra: «Gentile signora, sono una studentessa di Lettere e Filosofia alle prese con la tesi...». Parecchi le hanno già chiesto di presentare tesi di laurea sui suoi libri. Liala ha dirottato tutti su Fogazzaro o Virgilio Brocchi. «Proprio non vedo materiale per fare una tesi di laurea su di me». Le accade anche di ricevere lettere di disapprovazione, come quella volta che fece morire Lalla Acquaviva, apprezzata protagonista di Dormire e non sognare, un romanzo a puntate. Un avvocato torinese fu molto aspro: «Lei ha fatto soffrire mia moglie che aspetta un bambino...». L’editore le telegrafò: «Quattrocentomila donne piangono la morte di Lalla Acquaviva. Provveda». Rimediò: Lalla era morta, ma aveva una nipotina che le assomigliava in modo prodigioso e che della giovane zia aveva gli stessi slanci generosi e appassionati. Lalla che torna fu il titolo del nuovo romanzo. Parliamo nella sua bella villa sulla collina di Varese, in un salotto che ha alle pareti antichi quadri di antenati. C’è un papa in famiglia, ci sono musicisti, poeti e patrioti. La signora ha conversazione piacevole, fresca memoria, si vede che è stata una bella donna ed è anche evidente che ha avuto un’educazione raffinata ma severa. Non scrive perché assillata da questioni economiche ma «per la gioia di raccontare», dice. Com’è diventata scrittrice? L’uomo amato morì in un incidente di volo durante la Coppa Schneider. «Ho scritto per non impazzire di dolore. Creare un personaggio simile a lui era un po’ come sentirlo ancora vicino». E nei suoi libri c’erano piloti, idroplani, hangar e accademie militari. Mondadori disse a D’Annunzio: «Ho una giovane autrice che scrive di aviazione». E il Comandante: «Voglio conoscerla». Poi appena seppe che si chiamava Lyana Negretti disse: «Perché Lyana? Meglio Liala, così ci sarà sempre un’ala nel nome». Era capace di portare avanti sette romanzi contemporaneamente (oggi ne ha tre incominciati) con titoli che erano come un marchio di fabbrica: Sotto le stelle, Il tempo dell’aurora, Vecchio smoking, Fra le tue braccia e sul mio cuore, Come i baci sull’acqua, Una rosa lungo il fiume. Nella presentazione di Farandola di cuori si legge: «Passioni tumultuose, impeti di gelosia, amori fatti di sacrificio e di abnegazione...». Quando i suoi romanzi uscivano a puntate e vi erano situazioni che sembravano prendere una certa piega, le lettrici si affrettavano a scriverle. “i raccomandiamo: non ci dia porcherie”. «Nessuno scrittore ha mandato a letto tanti protagonisti quanti ne ho mandati io. Però io sto fuori dalla loro camera da letto ». Qualche protagonista sventatella c’è stata, ma sempre è seguito il matrimonio riparatore. «Non sopporto le parolacce. Non sarei mai capace di scriverne una». Non si ha trentacinque anni di successo senza una ragione. Liala fornisce sogni, è una parentesi di ottimismo nell’angustia e nei crucci quotidiani, aiuta a dimenticare per un’ora pene e dubbi. «Liala ha illuso e trascinato una generazione di casalinghe frustrate e di manicure senza orizzonti» dice Camilla Cederna. Ma la leggono anche donne con studi superiori e uomini con lauree, perfino professori universitari. Ciò risulta dalle lettere che Liala riceve. Probabilmente non entrerà nella storia della letteratura, ma in quella del costume sì.«La critica mi morde, mi accusa di essere diseducativa. Ma con i miei romanzi ho insegnato le buone maniere, il rispetto reciproco. Ho insegnato come si sta a tavola. E Liala è arrivata prima dei deodoranti. Ci sono tonnellate di sapone nei miei libri e molte lettrici hanno imparato che è importante lavarsi». Signora, la accusano di essere fuori della realtà, i suoi personaggi sono inverosimili, le vicende improbabili. «Una volta che ho raccontato la storia di un ragazzo povero, figlio di un casellante, mi è arrivato un diluvio di lettere di protesta: «Liala, non ci parlare di tristezze quotidiane che purtroppo già le conosciamo». Ora siamo nel suo studio, piccolo ed ordinato, alle pareti la fotografia di D’Annunzio con dedica: «A Liala Negretti, compagna d’ali e d’insolenza». Arpino: “L’ho letta anch’io”Non negherò certo d’aver letto qualche pagina di Liala. Avvenne più o meno un secolo fa, nei tempi in cui sognavo di comportarmi in corridoio, in bagno o in cortile come Sandokan (a dieci anni, non avendo imparato a fumare, Yanez mi era simpatico ma estraneo, quasi «vecchio»). Nella biblioteca casalinga, raffazzonata ma densa – un armadione che mio padre richiudeva a chiave, per «escluderci» dalla lettura in forme punitive, se avevamo commesso atti impropri! – c’era di tutto: da Dickens a D’Ambra, da Ojetti a Alfredo Oriani, da Panzini a Tolstoj alle Memorie di Garibaldi. E un angolino per Liala, dedicato a zie e sorelle, non mancò. Fu per questa ragione che potei dare un’occhiata a illustri aviatori, distintissime ereditiere, madri ineccepibili o quasi, cosi cari e carissime a zie, sorelle, amiche vogliose di scambi (Liala faceva aggio su Delly, se ben ricordo). Ora, diciamola franca: io non cambierei certo mia madre con un’altra genitrice, ma essere almeno «adottato» da Liala è un sogno infranto che mi punge, quando sono in vena di paradossi, cioè quotidianamente. E invece devo registrare un fallimento, in questo sogno: perché, senza volerlo, la «Lady in rosa» ha adottato tanti, non me. Molti nomi famosi, autori di trame pedisseque e puntigliosamente portate avanti (o con contesse che escono dal portone in carrozza o con donnette che attraversano la strada per andare dal macellaio ad acquistar tre etti di carne e ci mettono tre pagine per rientrare in cucina) mi hanno preceduto non solo nel desiderio ma nella realizzazione di questo platonico intrigo. È comodo, ha una sua logica, “parlar male” di Liala, usarla come termine di paragone negativo, declinarla ironicamente. Mi domando angosciosamente perché. In un Paese dove solo quattro milioni di persone leggono una sterminata massa di quotidiani, ecco che gli aviatori e gli amori di Liala diventano squalificanti. Mentre costituiscono una “spia”, un metro d’indagine che nessun istituto di ricerche sa mettere in funzione. La consumistica Liala, che non disturba, che si tiene a una arcaica morale, che punta al «lieto fine» o alla catarsi melanconica, è oggetto di ludibrio, anziché di riflessioni. Non entro, ovviamente, nei territori critici, anche se rispetto, da lontano, chiunque sappia attenersi a un mestiere, rispettando le interne regole che il mestiere comporta. L’Alitalia di oggi non ha niente a che fare con gli aviatori di Liala? Purtroppo, rispondo, grazie a faticose esperienze di viaggio. E che sarebbero poi le avventure in “jet” di una Emmanuelle impudica, se questa tralignante creatura non avesse avuto come nonni i piloti della pudicissima Liala? Bando ormai al paradosso, che ci porterebbe troppo lontano, e forse a nostro danno. Teniamoci ai terreni non vaghi della realtà. In Italia, solo pochi e sempre vinti manipoli di professoresse hanno cercato di invogliare le loro scolaresche alla lettura: si trattasse di Flaubert o di Manzoni. Perché non avrebbe dovuto vincere, a colpi di duecentomila copie per volta, la signora Liala? È solo una conseguenza del nostro analfabetismo collettivo. Avete mai visto “come certi” ragazzi acquistano giornalini o riviste o tascabili nelle edicole? C’è il soldato che compra la rivista femminile solo perché quella testata gli è conosciuta, l’ha vista nelle mani della sorella o della madre. C’è chi ritiene veramente esistite le protagoniste dei fumetti porno-nazisti, e si qualifica “storico” perché li acquista: l’ho udito con le mie orecchie. C’è chi vede una copertina di Saul Bellow, finalmente Nobel e dice – lo giuro – «No, non leggo questo maledetto tedesco». In una galassia di confusioni, di approssimazioni, di storture, che la frana scolastica aumenterà, Liala “tiene diritto”, quindi. Come farfalla, ma non condannabile. Lasciamola alle sue vispe Terese. E consideriamo rinoceronti quelli che le danno addosso. Anche se da certe brave nonnine non avremmo mai creduto che sortissero nipoti «porci con le ali». Loro sì, maramaldi.