Se vi chiedessi di immaginare un rapper, di visualizzarlo, che figura vi verrebbe in mente? Forse la maggior parte di voi penserebbe a collane e accessori vistosi, segno di uno stile di vita basato sul denaro, l’edonismo, la superficialità. E sicuramente questa ricostruzione non sarebbe sbagliata: buona parte dei rapper che ci vengono proposti dai media mainstream può essere, a torto o a ragione, inquadrata in un filone ultraconsumistico e ultracapitalistico.

Magari qualcuno di voi con un animo più romantico visualizzerebbe una figura diversa: quella del poeta rivoluzionario urbano che si oppone al sistema con le sue rime, che svela le contraddizioni della società, che oppone il suo blues di strada alla narrazione del sistema. Be, credeteci o no; sebbene sicuramente minoritaria, anche questo tipo di figura esiste ancora, in ogni latitudine. E dovunque, con caratteristiche e contenuti diversi, contribuisce a mantenere viva la lotta, la scintilla della ribellione, il dibattito all’interno di società troppo spesso stagnanti e conservatrici. Tutto ciò, spesso, non rimane senza conseguenze e senza repressione.

Su queste stesse pagine ho affrontato molto spesso il tema della libertà di parola in musica, attaccando in maniera decisa le persecuzioni giudiziarie che, ad esempio, sta subendo il rapper Pablo Hasel in Catalogna e, per fortuna in termini meno pesanti, Bakis Beks in Sardegna.