Ma tu perché scrivi ai ragazzi? La domanda me la pone uno degli alunni di una scuola della provincia di Napoli in cui sono andata a fare l’incontro su Operazione Ri(s)catto, romanzo in cui si legge, ci si diverte – spero – e si riflette sul rapporto donne e lavoro attraverso le vicende rocambolesche di Miriam, una ragazzina che vuole una “mamma a forma di mamma”, e invece guarda un po’ ne ha una che non solo lavora ma che è anche appassionata del suo lavoro. Jattura più grande non può esistere e invece. Perché scrivo ai ragazzi, mi chiede questo eroico lettore in erba (ubi target, minor cessat) e io che a questa domanda mi sono preparata per mesi, taccio quei dieci secondi utili a far pensare che non la so, che proprio questa non la so, accidenti, e manco al posto posso andare perché i posti, davanti a me sono tutti occupati da loro.

Mi appello ai grandi che albergano nel mio piccolo background. Rodari diceva che per scrivere per i più piccoli “ci vuole quella luce in più”. Mi guardo dentro e no, non illumino neanche il mio ombelico figuriamoci se posso avere il terzo occhio. Mi aggrappo alla Montessori: i collegamenti, l’andare al di là, la creatività. No, troppo alto non ci arrivo. Nessuno mi aveva avvertito che avrei dovuto scalare l’Everest con le infradito restando dentro a una scuola. I secondi passano e io che non sudo mai comincio a sentire quella roba che molti chiamano fronte imperlata. Tento un’altra strada, tolgo il punto interrogativo e metto i puntini di sospensione, che peraltro odio. Si scrive per i ragazzi perché… Il seguito di questa frase mi verrà, no? No.