Gli Stati Uniti d’America compiono 250 anni e l’età comincia a farsi sentire. Ormai a contare non sono più le candeline, ma i parametri vitali che si registrano ad ogni inevitabile check-up geopolitico. E, ultimamente, i referti della democrazia liberale più antica del mondo non sono quelli che si appendono con orgoglio sul frigorifero insieme ai disegni dei nipotini. Certo, il paziente continua a camminare, perfino a correre: costruisce razzi, intelligenze artificiali e aziende che valgono più del Pil di interi continenti. Ogni tanto, però, si ferma, si guarda allo specchio e fatica a riconoscere il volto che per due secoli ha mostrato al mondo. Il problema non è l’età, ma l’identità. Per capire l’artrosi politica, sociale e culturale che oggi irrigidisce gli Stati Uniti bisogna ricordare la loro anatomia originaria. L’America è diventata un modello di democrazia liberale globale grazie a un patto costitutivo semplice nella formula e rivoluzionario nelle conseguenze. Il cittadino rinuncia a una parte della propria libertà individuale in cambio di qualcosa di più prezioso dei servizi pubblici: una possibilità. La promessa che, con l’impegno e la giusta dose di ostinazione potrà costruire il proprio progetto di vita. La democrazia non garantisce il successo, ma l’imparzialità della gara. È la liturgia civile che ha trasformato un Paese in un mito prima ancora che in una superpotenza. L’American Dream è stato, prima di tutto, una gigantesca operazione psicologica collettiva: milioni di persone avvistavano la fiaccola della libertà convinte che il loro destino non fosse scritto nel cognome dei genitori o nel quartiere in cui erano nate.

Stati Uniti, 1 lug. (askanews) - A 250 anni dalla Dichiarazione d'Indipendenza, l'agenzia France press ha chiesto ad americani e immigrati che cosa significhi oggi il "sogno…

America250. Vecchio l’elettore, vecchio l’eletto, vecchio il lobbista, vecchio il finanziatore: non ci si può aspettare un granché ad inventiva e scommesse sul…