La disputa annunciata tra Meloni e Salvini, più propriamente tra Meloni e Giorgetti, sul grande risiko bancario che riguarda, ancora una volta, Mediobanca e il controllo delle Generali, ha come scenario il Nord. Cioè il territorio in cui una Lega in crisi dopo la scissione di Futuro Nazionale si è asserragliata, sostanzialmente commissariando il proprio leader e fautore del fallito sviluppo del partito in tutto il territorio nazionale e dell’altrettanto abortito, nell’ultima fase prima della rottura, coinvolgimento del generale Vannacci. Per la Lega nordista, che qui ha le sue radici, i suoi sindaci, la sua rete di amministratori locali, sarebbe inaccettabile perdere o vedere ridimensionato Bpm, da sempre considerato la banca dei territori, vicina ai piccoli imprenditori che fanno l’ossatura economica del Carroccio, in attesa magari di vederlo trasformato nel prossimo boccone del sistema bipolare rappresentato da Intesa e Unicredit. Ecco perché si delinea un conflitto, più che tra premier e vicepremier, più spesso con interessi contrastanti, tra premier e ministro dell’Economia, che invece in questi anni hanno marciato d’accordo e gestito, per quanto possibile, la politica di rigore economico necessaria per l’Italia, fino allo sbracamento preelettorale dell’ultima trattativa con l’Europa sull’emergenza economica determinata dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Per un tacito accordo tra i due, Meloni aveva sorvegliato benevolmente l’alleanza (poi rotta) tra l’imprenditore romano Caltagirone e l’amministratore delegato di Essilor-Luxottica Milleri per la conquista di Mediobanca e Generali attraverso il Monte dei Paschi di Siena e il suo ad Lovaglio. E Giorgetti aveva potuto finora seguire le mosse dell’amministratore delegato di Bpm Castagna e lasciare a lui il compito di governare la delicata convivenza con i soci francesi. Ma ora che l’equilibrio è saltato e la premier ha deciso di incoraggiare Banca Intesa nella campagna per la conquista delle Generali, in nome dell’ “italianità” della maggiore compagnia di assicurazioni italiana, e contro il mantenimento (seppure a quote diminuite) della presenza francese nell’azionariato, s’è incrinato anche un altro asse all’interno del centrodestra, che s’avvia alle elezioni del 2027 tra i suoi inguaribili tormenti.

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