«Non colpiremo il parlamento e la presidenza, i deputati non decidono nulla e Zelensky tanto è nel bunker»: meno di 24 ore dopo il minaccioso annuncio di Mosca su imminenti e devastanti attacchi ai “centri decisionali” di Kyiv, il generale Andrey Kartapolov, presidente del comitato Difesa della Duma, decide di smorzare il monito. L’ordine ultimativo di Sergey Lavrov agli occidentali di evacuare i loro diplomatici dalla capitale ucraina, comunicato lunedì sera dal capo della diplomazia russa anche in una telefonata al suo collega americano, non solo non sembra aver sortito l’effetto propagandistico voluto, ma a quanto pare è stato ritenuto esagerato anche in diversi ambienti moscoviti. Kartapolov non è certo una colomba, ma bisogna dire che la minaccia di Lavrov ha messo in imbarazzo anche molti sostenitori di Vladimir Putin e della sua guerra contro l’Ucraina. Che si stanno chiedendo perché non ha colpito i “centri decisionali” del potere ucraino prima, e perché dovrebbe far evacuare le ambasciate occidentali, se il ministero della Difesa russo si vanta di colpire soltanto con chirurgica precisione, anche se le decine di condomini, mercati, musei e magazzini distrutti – per non parlare della cooperativa di box auto colpita dal famigerato razzo multiplo Oreshnik – testimoniano il contrario. Stabilito che le minacce di Lavrov sono state lanciate più a beneficio della propaganda televisiva russa – le ambasciate occidentali infatti gli hanno rovinato l’effetto-spettacolo rifiutando di lasciare Kyiv, «un luogo pericoloso da molto tempo», ha commentato Marco Rubio – resta da capire qual è il vero messaggio che Putin ha voluto inviare a Donald Trump, nella telefonata del suo ministro con il segretario di Stato americano. Ancora la settimana scorsa al Cremlino aspettavano il ritorno di Steve Witkoff e Jared Kushner, per riprendere il negoziato sul “deal” che Trump voleva concludere con il Cremlino, e sul quale Putin aveva scommesso tutto negli ultimi due anni. Invece dell’amico e del genero di Trump, è arrivata una doccia fredda, con la dichiarazione di Rubio che il negoziato tra Usa e Russia era stato messo in pausa perché fino a quel momento aveva prodotto soltanto «colloqui interminabili quanto inutili». Una frecciata a Putin quanto ai trumpiani più inclini a farsi amici i russi, come Witkoff appunto. Rubio è il capofila del realisti, che dopo un anno e mezzo che inviati della Casa Bianca, e lo stesso presidente, fornivano interpretazioni a volte molto fantasiose (e spesso attinte direttamente dalla propaganda di Mosca) sulle cause della guerra, replica alle minacce di Lavrov con una semplice constatazione: «Questa guerra deve finire». E se il comunicato della diplomazia russa sulla telefonata tra Lavrov e il suo collega americano invoca ancora lo «spirito di Anchorage» – la criptica formula usata da Putin per alludere a un non meglio precisato accordo raggiunto a parole durante in vertice con Trump in Alaska, nell’agosto scorso – gli attacchi quotidiani e precisi dei droni e missili ucraini nel profondo della Russia segnalano invece una svolta della Casa Bianca, ancora più chiaramente delle parole di Rubio sui «colloqui inutili». Sia l’amministrazione repubblicana sia i suoi predecessori democratici erano stati infatti molto prudenti rispetto ai “deep strike” ucraini oltre confine, temendo di far infuriare Putin. Ora, questi attacchi non solo sono regolari, ma utilizzano anche evidentemente i dati delle intelligence occidentali. Discutere su quanto le armi ucraine che colpiscono il territorio russo siano di produzione nazionale o meno è un aspetto alla fine secondario: anche se Kyiv avesse la capacità di creare un arsenale fatto interamente in casa, la capacità politica di colpire senza remore è legata agli alleati. L’impressione è che Trump, dopo aver fatto pressioni per più di un anno su Volodymyr Zelensky, ora abbia deciso di chiedere di “mostrare le carte” a Putin. Il quale in risposta gioca sempre lo stesso asso dell’escalation militare. Il vero interrogativo è cosa farà quando qualcuno avrà il coraggio di riferirgli che non basta più.

Dopo avere ottenuto, grazie a Trump, la tregua del 9 maggio, i russi hanno fatto lo stesso ciò che avevano minacciato in caso contrario, scrive Francesco Cundari nella newsletter…

«Non colpiremo il parlamento e la presidenza, i deputati non decidono nulla e Zelensky tanto è nel bunker»: meno di 24 ore dopo il minaccioso annuncio di Mosca su imminenti e…