Dopo l’intensificazione degli attacchi di Mosca contro Kyjiv, la telefonata di lunedì tra Sergey Lavrov e Marco Rubio non è un episodio tecnico, è un segnale politico. Il ministero degli Esteri russo ha invitato il segretario di Stato americano a evacuare il personale diplomatico statunitense da Kyjiv e gli altri cittadini americani dalla capitale ucraina. Lo ha dichiarato lo stesso ministero degli Esteri russo in un comunicato citato dalla Tass. E non è un dettaglio da poco. Mosca sa bene che la logica negoziale statunitense, con Donald Trump alla Casa Bianca, è più flessibile e soprattutto più sensibile a una soluzione rapida del conflitto, anche a costo di esercitare pressione sulla parte che appare più debole sul campo. In questo schema, il canale diretto con Washington diventa più importante di quello con Kyjiv.
È dentro questa cornice che va letto il massiccio attacco russo su Kyjiv di domenica. Novanta missili e circa seicento droni in una sola notte: una combinazione costruita per saturare le difese aeree e colpire simultaneamente più livelli della città. Nel pacchetto anche sistemi balistici e ipersonici, inclusi Kinzhal e Zircon, oltre al missile Oreshnik, già utilizzato in precedenza come strumento di messaggio strategico più che come arma di impiego tattico.










