Nella notte tra sabato e domenica la Russia ha lanciato un massiccio bombardamento su Kyjiv, uno dei più pesanti dall’inizio della guerra, con centinaia di droni e anche il famigerato missile ipersonico Oreshnik, cioè esattamente quello che Vladimir Putin aveva minacciato di fare se l’Ucraina avesse attaccato durante la parata del 9 maggio. Eppure, dopo l’intervento di Donald Trump, come ha ricordato Yaroslav Trofimov, capo dei corrispondenti esteri del Wall Street Journal, l’Ucraina aveva accettato il cessate il fuoco e consentito ai russi di svolgere la loro parata, il che evidentemente non ha impedito a Putin, due settimane dopo, di lanciare ugualmente il suo bombardamento sul centro di Kyjiv, colpendo zone residenziali, centri commerciali, una stazione della metropolitana usata come rifugio e anche varie gallerie e musei, a cominciare dal museo di Chernobyl. Una piccola, non nuova, ma sempre istruttiva dimostrazione di cosa significhi dialogare con Putin e di quali siano le conseguenze pratiche, immediate e sanguinose di qualunque sia pur minima concessione. Quante altre prove di questo genere si vogliono?
La verità è che le stragi di civili compiute dai russi sono anche la conseguenza della loro crescente frustrazione per l’andamento di una guerra che stanno perdendo, come ormai da sei mesi l’intera stampa internazionale ha riconosciuto, con qualche significativa eccezione tra giornali e talk show italiani. Che continuano a distinguersi anche oggi, rilanciando e dando per buona la grottesca definizione russa degli attacchi come «rappresaglia», quasi si fossero dimenticati che stanno bombardano i civili ucraini ogni santo giorno da oltre quattro anni.






