Ci sarà sicuramente un vasto dibattito di palazzo sul risultato delle elezioni regionali abruzzesi.
Nel centrosinistra funziona di più il campo largo o quello ristretto? Nel centrodestra vince più il centro o la destra? In attesa della soluzione di questi appassionanti dilemmi, mi pare che si potrebbe prendere atto di un dato oramai confermato più volte. Nella metà degli italiani che va a votare, la destra oramai è maggioranza. In Italia e in molti paesi europei, così come negli Stati Uniti, la partecipazione al voto si riduce sempre di più.
Nel nostro paese durante la vituperata Prima Repubblica la partecipazione alle elezioni sfiorava il 90% della popolazione; tolti i malati e coloro che erano impossibilitati perché lontani dal seggio, quasi tutte e tutti andavano a votare. Era il suffragio universale, una conquista politica e sociale frutto delle lotte iniziate a fine Ottocento dal movimento operaio, che si batteva contro l’esclusione dal voto di operai e poveri, e dal femminismo, che chiedeva il diritto al voto anche per le donne.
Abruzzo, Meloni: “Congratulazioni a Marco Marsilio e al centrodestra. Non importa quanto un campo sia largo, conta quanto è coeso”
Oggi il suffragio universale formalmente non viene più negato, ma sta scomparendo nei fatti, secondo precise linee sociali e di classe. I poveri, gli emarginati e soprattutto gli operai non vanno più a votare. Al contrario, più il reddito e il benessere sale, più è forte la partecipazione al voto. La realtà è che stiamo tornando alla democrazia degli ottimati e dei borghesi, cioè alla negazione della democrazia di massa voluta dalla nostra Costituzione. I sistemi elettorali maggioritari, con la selezione preventiva del voto a favore di chi può vincere, la fine dei partiti come strumento di partecipazione e mobilitazione, il dominio dei soldi e dei mass media hanno distrutto la rappresentatività del sistema politico, che non è più lo specchio del paese, ma solo dello stesso sistema che si perpetua.






