L’Europa chiede spesso agli Stati membri di fare riforme, per rendere più produttiva l’economia e più sostenibile la finanza pubblica. Riforme certo benefiche a lungo andare (e necessarie a prescindere dall’Unione europea) ma che nel breve periodo possono comportare costi economici e sociali, quindi difficoltà politiche. A fronte delle riforme effettuate dagli Stati, l’Europa in passato si limitava a rallegrarsi. Non dava premi. Anzi, a volte rendeva di fatto più penosa l’azione riformatrice, quando essa doveva avere luogo in periodi nei quali venivano da Bruxelles vincoli di bilancio più severi e da Francoforte una stretta monetaria.
Ma dal 2020, con la pandemia, l’Europa ha cambiato strategia. Ha sospeso per vari anni i propri vincoli restrittivi e ha sostenuto gli Stati membri, l’Italia più di tutti, con donazioni e prestiti per importi ingenti. Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sono previsti investimenti e riforme. In sostanza, a differenza che in passato, l’Europa «paga» gli Stati membri affinché effettuino davvero le riforme, secondo i piani concordati. Riforme convenute con Bruxelles ma non effettivamente introdotte, o non corrispondenti ai requisiti previsti, comportano la sospensione delle erogazioni. E così sarebbe avvenuto, se il presidente della Repubblica non avesse promulgato entro fine 2023 la Legge annuale per il mercato e la concorrenza 2022. Con un atto di comprensione verso il governo e verso le aspettative di molti operatori, il presidente Mattarella ha ritenuto di promulgare tale legge. Al tempo stesso, con lettere al governo e al Parlamento che ha reso pubbliche, il capo dello Stato ha formulato importanti rilievi sull’art. 11 della legge, in materia di assegnazione delle concessioni per il commercio su aree pubbliche. Non si deve pensare che sia stata una lettura particolarmente critica, quella del Quirinale. Tale articolo è chiaramente incompatibile con i principi in materia di apertura al mercato dei servizi, principi più volte ribaditi in sede europea dalla Corte di Giustizia e in Italia dalla Corte Costituzionale, dalla Giurisprudenza amministrativa e dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato.






