La Repubblica islamica d’Iran è senza pietà: l’impiccagione di Samira Sabzian è il nostro ennesimo fallimento. Secondo i dati di Iran Human Rights, sono 18 le donne impiccate in Iran nel 2023 e il clamore mediatico di questa assurda morte passerà tra qualche giorno, come le tante altre vittime del regime islamico. Sono “femminicidi di Stato” non potremmo chiamarli in altra maniera. Un regime che ammette ancora i matrimoni forzati, tra bambine e uomini adulti, che non tutela in alcun modo le violenze domestiche nei confronti delle donne, può essere solo definito un “regime criminale” che non ha alcun rispetto per la vita umana.
Le mie emozioni oggi sono un susseguirsi di indignazione, rabbia ma anche e soprattutto rassegnazione. Perché nonostante siano anni che denunciamo quello che accade nella Repubblica Islamica ci ritroviamo puntualmente a commentare l’ennesima impiccagione di una giovane donna.
Il tragico caso di Samira è uno dei tanti avvenuti in quel regime dittatoriale che applicando la Sharia cerca di inculcare nella popolazione che la “legge di Dio” (il loro ambiguo Dio) ammette che l’omicidio venga punito con un altro omicidio. Pensare oggi che Samira sia stata giustiziata perché si era semplicemente difesa dalle torture, sevizie e abusi di suo marito è inaccettabile. E noi che qua in Italia continuiamo a raccontare l’ennesimo femminicidio non possiamo rimanere inermi davanti a questo orrore. Non possiamo tacere oggi, nemmeno se la difesa implica un omicidio.






