Non avrei mai voluto occuparmi di cibo, bevande e succedanei, più o meno elaborati. Prometto che mai più scriverò di cucina, ma lasciatemi dire un paio di cose. Pare non se ne possa fare a meno. Se ne occupano tutti e ora anche il bel libro di uno storico dell’economia ha scatenato il putiferio, ripreso dal Financial Times, Cicero pro domo sua: a un inglese non par vero poter sparlare della cucina italiana…

In aggiunta il governo ha deciso di promuovere la certificazione a Patrimonio dell’Unesco della cucina italiana. I social, d’altronde, da tempo sono impazziti con le fotografie di cibo. Si mangia meno ma si fotografa di più. Sembra Odeon, tutto quanto fa spettacolo… se non fosse che anche questo – scusate se sono noioso – forse serve a distrarci da cose più serie, trattando con grande sussiego le frescacce e scherzando pericolosamente con le cose serie.

“La pizza? Quella che conosciamo oggi è nata in America. All’inizio era bianca, con olio e aglio”: i falsi miti della cucina italiana in un podcast

Da sempre gli storici economici in realtà si sono occupati del cibo, almeno per quanto riguarda le materie prime. Personalmente per amore e piacere ho avuto a che fare con le storie dello stoccafisso e della polenta (roba da pellagrosi…). Ma è un’altra cosa. Il mio maestro, Gino Barbieri, un grandissimo storico dell’economia, riteneva la gastronomia una cosa troppo bella per lasciarla in mano agli studiosi e ne godeva in silenzio, cioè senza scriverne, ma praticando, anche da Socio dell’Accademia Italiana della Cucina. Il piacere della tavola è talmente sublime che non vale deturparlo con noiose teorie e discorsi…prima o dopo i pasti. E già sono troppo numerosi quelli che di ogni cosa ne hanno fatto una ‘scienza’, non per desiderio di sapere o per sviluppo delle conoscenze, ma ovviamente solo per aumentare le proprie entrate e ingrassare il proprio ego.