di Michele Sanfilippo
Qualche anno fa Piercamillo Davigo ha scritto un libro dal titolo solo apparentemente molto provocatorio: In Italia violare la legge conviene. Per sommi capi, il libro racconta come in Italia tra i tre livelli di giudizio, condoni, prescrizioni, cavilli giuridici, deliberato depotenziamento degli organi della magistratura e obsolescenza degli strumenti, i processi penali raramente terminino. Circa il 60% dei processi penali non arriva in aula, ossia cade in prescrizione con la logica conseguenza che circa il 60% delle persone che hanno subito un torto non avrà mai giustizia.
Davigo ci racconta, con dovizia di particolari, come la politica, dopo Mani Pulite, invece di fare pulizia al proprio interno, ha cominciato un incessante lavoro di logorio del codice di procedura penale e di depotenziamento degli strumenti adoperati dalla magistratura, per arrivare a rendere quasi incelebrabile il processo penale. Il risultato è che nel nostro paese la certezza della pena non è mai tale.
Ogni tanto, quando si è distratti dai tanti problemi politici o economici del nostro paese, si tende a dimenticare il quadro desolante del nostro sistema giudiziario dipinto da Davigo. Poi, per nostra sfortuna, viene celebrato qualche processo che ci riporta senza sconti all’interno di quel marasma. S’è appena concluso quello di primo grado per il crack della ex Embraco, azienda presso Riva di Chieri nel Torinese, dove gli imputati hanno patteggiato quattro anni di reclusione. Il patteggiamento non prevede un risarcimento per i lavoratori che si erano costituiti parte civile.
