Un Leone d’oro come atto politico. Come d’altronde succede sempre più spesso ai festival. Ma non con i film che probabilmente si attendevano, come “NAZA” o “DAU”, esplicitamente politici. A vincere Venezia 83 è infatti “Woman unknown”, della danese May el-Toukhy, unica regista (single) presente in Concorso, in mezzo a 19 film di maschi e uno misto. Una inferiorità numerica schiacciante, che aveva provocato nei giorni della vigilia, pepate polemiche nei confronti della Mostra e del direttore Alberto Barbera, come molti ricorderanno. E se aggiungiamo che il film ha ricevuto il riconoscimento anche per la migliore attrice, Mathilde Arcel, ottenuto soltanto grazie a una deroga a richiesta all’unanimità della Giuria, si capisce quale peso, appunto politico, possa assumere tale decisione. Una compensazione? No di certo. Semmai un messaggio preciso, ancora una volta, per quella parità di genere, nel cinema come nella vita, ancora lontana dall’essere raggiunta. C’è anche tutto questo, al di là della qualità del film, nella scelta evidente del doppio premio, di riaffermare con forza questa ancora evidente disparità. Certo in pochi si aspettavano un Leone come questo. Non è la prima volta che capita. E d’altronde non è mistero di un palmares combattivamente discusso da parte della Giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal. Tra i tanti buoni film, più o meno sullo stesso piano, “Woman unknown” ci sta indubbiamente bene, forse non è il migliore tra i diversi meritevoli, ma risponde a un’esigenza che la Giuria ha ritenuto di evidenziare.
Venezia 83, giorno 11. Un Leone atto politico Vince l'unica donna (single) in gara. Male Italia
Un Leone d’oro come atto politico. Come d’altronde succede sempre più spesso ai festival. Ma non con i film che probabilmente si attendevano, come...










