Disse tempo fa Martina Navratilova parlando di Chris Evert: "La rivalità (con lei ndr) insegna a capire dove puoi pensare meglio, dove puoi migliorare, ti insegna a rispettare l'avversaria". Verificheremo tra una decina d'anni se la massima vale anche per Aryna Sabalenka ed Elena Rybakina, finaliste oggi a Flushing Meadows. Meglio, però, evitare di chiedere alla bielorussa se è d'accordo o no con la grande campionessa ceca, poi naturalizzata americana: manderebbe a quel paese l'interlocutore non potendolo ridurre a pezzi come la sua racchetta a fine match, d'altra parte ha appena ceduto alla kazaka il titolo degli UsOpen, che era suo da ventiquattro mesi.

Rybakina è semplicemente più forte, in questo 2026, perché è più attenta, più fiduciosa nei propri mezzi, meno fallosa. Perfino nel secondo set, pur cedendolo, mostra il gioco essenziale ed efficace che è il suo marchio di fabbrica. La cronaca usa-e-getta di 141 minuti godibilissimi: Elena parte con una pulizia chirurgica, nel primo set commette appena tre gratuiti e un doppio fallo, mentre dall'altra parte Sabalenka ne accumula quindici. Il break arriva alla seconda occasione, sul 3-2, e la kazaka lo difende con un servizio che non concede nulla. Chiude 6-4 con un vincente di rovescio bimane che prepara il set point, l'errore di Sabalenka fa il resto.