Il premier conservatore Ulf Kristersson promette di «rendere di nuovo grande la Svezia». Lo ha detto proprio così, make Sweden great again, prendendo in prestito lo slogan di Trump. Ma se oggi riuscirà a conquistare un secondo mandato, l’uomo a cui dovrà buona parte della vittoria non sarà lui. Sarà Jimmie Åkesson, 47 anni, leader da quando ne aveva 25, che ha preso un partito nato ai margini dell’estrema destra svedese – e del neonazismo – e in vent’anni ne ha ripulito l’immagine, lo ha disciplinato e normalizzato, portandolo prima in Parlamento, poi nelle stanze del potere e ora, forse, dentro il governo. L’opposizione di centrosinistra resta leggermente favorita, ma negli ultimi giorni il vantaggio si è assottigliato e oggi i sondaggi parlano di un margine tra i 0,3 e 5,6 punti. Ago della bilancia saranno i Liberali (blocco di destra), che tutti gli ultimi sondaggi danno sopra la soglia del 4% necessaria per entrare in Parlamento. Ma qualunque cosa dicano le urne, Jimmie Åkesson ha già vinto. Se la destra conquisterà la maggioranza, i Democratici svedesi entreranno per la prima volta al governo e lui sarà il leader del partito più forte del blocco. Se invece vincerà Magdalena Andersson, Åkesson resterà all’opposizione, ma in una Svezia molto più simile a quella che lui immaginava vent’anni fa: immigrazione drasticamente ridotta, cittadinanza più difficile, sicurezza e assimilazione diventate terreno comune anche per partiti che un tempo rifiutavano perfino di sedersi al suo tavolo. È il punto di arrivo di una marcia cominciata molto lontano dai palazzi di Stoccolma. A Sölvesborg, dove Åkesson vive ancora oggi. L’adolescente timido e controllato è oggi un uomo dall’aria ordinaria, volutamente ordinaria, che parla piano e raramente perde il controllo. Ed è forse proprio questo il segreto della sua scalata: Åkesson non ha sfondato la porta del sistema politico svedese a calci. Ha aspettato, per vent’anni, che fossero gli altri ad aprirgliela. La felicità, racconta Jimmie, è una pizza con le patatine fritte davanti a una partita del Mjällby, la piccola squadra locale. Quando può va allo stadio. La sua è una normalità coltivata con cura. È difficile capire Åkesson senza tornare alla fine degli anni Novanta, all’università di Lund. Lui e tre amici - Mattias Karlsson, Björn Söder e Richard Jomshof - sono giovani militanti di un SD che vale circa l’1%. Giocano a Svea Rike, un gioco da tavolo sulla Storia e sulla potenza svedese, commemorano Carlo XII e celebrano Jörg Haider. Ma soprattutto fanno progetti: quel piccolo partito pieno di personaggi impresentabili va conquistato, disciplinato e trasformato in una forza capace di prendere il potere. Quando Åkesson prende la guida del partito nel 2005, SD viene da appena l’1,4%. Nel 2006 sale al 2,9%, nel 2010 supera per la prima volta la soglia del 4% ed entra in Parlamento con il 5,7%. Quattro anni dopo è già al 12,9%, nel 2018 al 17,5%, nel 2022 al 20,5%: secondo posto nazionale, davanti ai Moderati. La “rivoluzione” Åkesson è estetica e organizzativa: via la simbologia più compromettente, espulsioni degli esponenti apertamente razzisti, dirigenti in giacca, disciplina. La linea sull’immigrazione e sull’identità nazionale rimane durissima, ma dentro un contenitore tirato a lucido. La normalizzazione, però, ha riguardato più la forma che la sostanza. Nel 2009 Åkesson scriveva che la crescita dell’Islam rappresentava per la Svezia «la più grande minaccia dalla Seconda guerra mondiale». Nel 2020 volò al confine tra Turchia e Grecia per distribuire ai migranti volantini con scritto «La Svezia è piena. Non venite». Anche in Europa lavora alla normalizzazione: i Ds siedono nell’Ecr, sono schierati con la Nato e sostengono l’Ucraina contro la Russia. In qualche modo ha superato una serie di scandali che avrebbero abbattuto qualunque politico, soprattutto in un Paese in cui l’eccezionalismo è un marchio di fabbrica. Nel 2025 il deputato Sd Göran Hargestam si è dimesso dopo che gli sono stati trovati cimeli nazisti, tra cui una coppa con la svastica, copie del Mein Kampf, elmetti, bandiere naziste e fotografie di Hitler. Anni prima, Niklas Törner, dirigente locale, era stato fotografato mentre faceva il saluto hitleriano insieme a militanti neonazisti e Jan Bengtsson, poi eletto in una direzione locale SD, aveva partecipato, in uniforme nazista, a una riunione del Nationalsocialistisk front durante la quale furono bruciati libri «ebraici». Björn Söder, uno dei “quattro di Lund” e figura nazionale del partito, fu fotografato alla fine degli anni Novanta accanto a un uomo con una maglietta del Ku Klux Klan. In vent’anni, intanto, la Svezia ha drasticamente ristretto l’immigrazione, reso più severa la politica sulla cittadinanza, introdotto incentivi fino a 350 mila corone per il ritorno volontario degli immigrati e ampliato gli strumenti dello Stato contro la criminalità organizzata. Ieri, a margine di un comizio, Magdalena Andersson ha lanciato l’ennesimo allarme: «Sono molto preoccupata all’idea che i Democratici svedesi possano entrare al governo. È un partito di estrema destra, fondato da neonazisti, che in questo momento sta conducendo una campagna contro i migranti. Renderebbe ancora più profonde le divisioni nella società».