di
Francesco Battistini
In fuga 50 mila civili. La milizia filo-iraniana colpisce anche un oleodotto saudita
DAL NOSTRO INVIATO TEL AVIV - Alla larga dallo Yemen. Inutile telefonare e ritelefonare (due volte in 36 ore) come fa Mohammed Bin Salman, il principe e leader di fatto saudita, chiedendo l’aiuto militare di Washington: l’Arabia è nei pasticci, chiaro, gli Houthi ormai controllano gran parte dell’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez e però, no, la guerra con l’Iran è ancora troppo fluida e gli Usa non andranno a sbattere pure su questo fronte. Scotta, il telefono. Anche «gli Houthi ci hanno chiamato — sostiene Trump —, perché non vogliono combattere contro di noi, non vogliono che li prendiamo di mira». Vero o no che sia — gli Houthi dicono di no —, la linea della Casa Bianca sembra al momento chiara: intelligence sì, soldati no.
C’è «probabilmente» l’Iran, dietro l’offensiva dei ribelli yemeniti: lo dicono i servizi israeliani, ai quali risulta che l’avanzata di questi giorni sia stata guidata direttamente dai pasdaran. E lo stesso per l’attacco di venerdì, che gli sciiti iracheni hanno lanciato al più grande oleodotto della Penisola. Ci sono le prove, ma non bastano: The Donald sa che cosa pensavano dello Yemen i consiglieri del suo predecessore Joe Biden («è un Paese piccolo che può darci enormi problemi») e dunque, liquidatorio, si limita a tranquillizzare sua altezza Mbs. «Lui è un mio buon amico — riferisce — e posso dirgli solo che tutto andrà per il verso giusto».












