VENEZIA Quella sull'intelligenza artificiale è già diventata una guerra tra apocalittici e integrati. Ed è una guerra di numeri. C'è chi immagina un futuro a tinte fosche e chi invece prova a ribaltare questa narrazione. Secondo una ricerca di Public First commissionata da Google, presentata ieri al Lido di Venezia nell'ambito della Mostra del Cinema, l'IA potrà generare un incremento di 11 miliardi di euro nel Pil italiano e creare 44 mila nuovi posti di lavoro nel settore creativo del Paese. «L'IA non farà sparire il lavoro, lo trasformerà», assicura Melissa Ferretti Peretti, Country manager di Google Italia, «ma bisogna accelerare sulle competenze». E la ricetta di Google.org è un finanziamento di un milione di dollari (a cui si aggiungono 500 mila euro del Fondo per la Repubblica Digitale) per formare 2.500 professionisti del mondo creativo. Romana, 55 anni, Ferretti Peretti è figlia di due mostri sacri del cinema italiano come Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. Ma nonostante i Premi Oscar in casa, Melissa ha scelto di studiare economia alla Sapienza e di intraprendere una carriera da manager, che l'ha portata al vertice di American Express prima e di Google Italia poi.
Eppure ora si ritrova alla Mostra di Venezia a parlare di come la tecnologia influirà sul futuro del cinema. È una sorta di circolarità?«Amo il cinema e amo la Mostra di Venezia: ci sono venuta per almeno dieci anni con lo zaino in spalla, con gli amici. Cinema e innovazione sono sempre andati insieme: siamo passati dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, fino ai primi effetti speciali, con King Kong. La tecnologia ha sempre ampliato i confini espressivi del cinema».Solo che ora l'intelligenza artificiale rischia di rivoluzionarlo completamente. O no?«L'IA può permettere all'artista di abbattere barriere creative, produttive e di costo. Serve a potenziare il suo talento e la sua visione, non a sostituirla. In Italia ci sono circa 290 mila aziende nell'ecosistema creativo e culturale, ma il 95% sono piccolissime: atelier, case di produzione indipendenti, botteghe artigiane. L'IA può dare loro quella scala e quella capacità espressiva che fino a oggi sono state a disposizione soprattutto delle grandi major».Secondo lo studio di Public First, l'IA può incrementare del 20% la produttività individuale dei creativi e far risparmiare loro 390 ore all'anno, circa 10 settimane lavorative. Sarà un modo per aumentare la qualità o solo per abbattere i costi a parità di risultato?«La storia ci insegna che il lavoro spesso si è trasformato a causa del progresso tecnologico, ma non è scomparso: l'85% dei lavori che esistono oggi non esisteva prima del 1945. L'essere umano si è sempre adattato, creando nuove professioni, nuovi mercati. Succederà anche con l'IA, solo che accadrà più in fretta. L'IA non va a sostituire il talento o la creatività, ma le attività più ripetitive».Lei stessa ha raccontato che il suo passaggio da American Express a Google è stato come un salto nel buio. È quello che viene chiesto oggi anche a chi ha sviluppato per tanti anni una competenza e che con l'IA dovrà magari rimettersi completamente in gioco?«Il cambiamento non si può bloccare: dobbiamo riuscire a navigarlo. L'IA è già qui e per il nostro Paese è un'opportunità. È urgente che le persone acquisiscano le competenze per utilizzare questi strumenti. Stiamo già accumulando ritardo: solo il 13,5% delle aziende europee sta iniziando a utilizzare l'IA e il 74% degli imprenditori dice di avere difficoltà a trovare persone con le competenze adeguate. Questa è la ricetta per un disastro se non acceleriamo lo sforzo nella diffusione delle competenze».E l'annuncio fatto da Google oggi qui a Venezia va in quella direzione?«Sì. Finanziamo percorsi formativi che sviluppiamo con un comitato strategico di alto livello, al quale partecipano, tra gli altri, il Ministero della Cultura, Rai Cinema, Anica, Fieg e Siae. Dal 2020 abbiamo formato più di un milione di persone, e il nostro impegno continuerà. Ma Google non può essere la sola. Ci vuole uno sforzo di tutto l'ecosistema che riguardi l'intero mondo del lavoro, e dev'essere una priorità per il Paese».Si moltiplicano gli appelli di ricercatori e studiosi che mettono in guardia sui rischi dell'intelligenza artificiale, dall'ex dipendente di Anthropic secondo cui le macchine «potrebbero sterminarci entro il 2030» a Bill Gates, che ha spiegato come l'IA potrebbe causare uno shock occupazionale improvviso. Dobbiamo preoccuparci?«Credo che sia giusto porsi delle domande. Nessuno di noi sa davvero quanto e come l'IA evolverà. È fondamentale che sia sviluppata in modo estremamente rigoroso ed etico. Non dobbiamo dimenticare che la tecnologia, come fine ultimo, ha quello di migliorare la vita delle persone. Google è stata la prima società, nel 2018, a rendere pubblici i propri principi etici sull'intelligenza artificiale: deve essere socialmente utile, controllabile dall'uomo, rispettare elevati standard etici e la privacy. Ma non siamo gli unici a sviluppare l'IA. Serve un grande dibattito e un allineamento fra società, governi, regolatori e società civile».Google è l'azienda che più di tutte ha dovuto mettersi in discussione con l'arrivo dell'IA, che ha cambiato il concetto di motore di ricerca. Anche voi avete subito una rivoluzione?«In realtà l'IA era già dentro Google da dieci anni, da Maps a Gmail. Solo che sul chatbot avevamo deciso di aspettare: abbiamo accelerato su Gemini quando OpenAI ha lanciato ChatGpt. Oggi Gemini ha trasformato quello che era un sistema che rispondeva a delle domande in un assistente personale. Ma si è evoluto anche il modo di fare domande. Prima le persone chiedevano “alberghi Venezia”. Oggi la domanda può essere: “Suggeriscimi un albergo a Venezia che vada bene per una famiglia con due bambini, vicino a San Marco”».Lei è riuscita ad arrivare al vertice di settori a volte quasi monopolizzati dagli uomini. Quali sono gli ostacoli che una donna deve affrontare nel nostro Paese per fare carriera?«Personalmente non posso dire di avere avuto degli ostacoli per il fatto di essere donna. Ma per quanto riguarda il lavoro delle donne nel nostro Paese, basta guardare i numeri: abbiamo un gap occupazionale circa doppio rispetto all'Europa. Una delle ragioni è il ruolo di caregiver verso figli e anziani, responsabilità che ricadono ancora sulle donne. E 60 mila donne ogni anno lasciano il lavoro quando hanno il primo figlio».








