Ci sono notizie tremende sull’intelligenza artificiale e sarebbe sciocco nasconderle. In questi giorni Anthropic ha messo sul tavolo scenari inquietanti sul futuro del lavoro: se l’AI diventasse rapidamente capace di svolgere quasi tutto il lavoro intellettuale, la crescita potrebbe esplodere ma insieme potrebbe esplodere anche la disoccupazione tra i knowledge workers. E’ uno scenario, non una previsione. Ma fa impressione, fa titolo, fa paura. Poi ci sono notizie diverse, meno apocalittiche, che meriterebbero però di essere valorizzate con la stessa energia. L’Economist ha fatto un conto semplice e sorprendente: finora, in America, l’AI avrebbe creato circa un milione di nuovi posti di lavoro, contro circa 200 mila licenziamenti attribuiti alla tecnologia dalla metà del 2023. E non si tratta soltanto di ingegneri e programmatori. La corsa ai data center sta creando domanda per elettricisti, tecnici, operai specializzati, esperti di raffreddamento, reti ed energia. In cinque settori legati alla costruzione dell’infrastruttura dell’AI, l’occupazione è cresciuta di circa 320 mila unità più di quanto avrebbero suggerito le tendenze generali. LinkedIn stima inoltre 640 mila nuovi lavori specificamente legati all’AI tra il 2023 e il 2025.Naturalmente c’è l’altra faccia. Il lavoro nei call center arretra, segretari e assistenti amministrativi diminuiscono, alcune mansioni ripetitive vengono sostituite. Ma è precisamente questo il punto che spesso scompare dal racconto dell’apocalisse: una tecnologia non cambia il lavoro soltanto distruggendolo. Lo cambia anche creando mestieri che prima non esistevano, facendo crescere la produttività, abbassando i costi, aumentando la domanda di altri servizi. Non sappiamo come finirà. Sappiamo però come è cominciata. E per ora l’apocalisse del lavoro annunciata dall’AI non c’è stata. Nell’attesa che tutto vada male, sarebbe utile accorgersi ogni tanto anche di ciò che sta andando meglio del previsto.