Strano ma vero si direbbe sulla celeberrima rubrica settimanale. In una stagione estiva di calma piatta in cui televisivamente parlando gli unici a essere rimasti più o meno svegli sono stati i talk show, una giornalista ha fatto la differenza. E tra tutti gli artisti che pullulano in quel piccolo schermo non è poca cosa. Marianna Aprile, ancor una volta alla (co)-conduzione di “In onda” su La7, è riuscita nell’impresa non scontata di imprimere il suo bel taglio al programma come una insopportabile goccia, sera dopo sera, senza lasciarne passare una, con eleganza lessicale, buone maniere e un acuto senso di competenza. La reazione, questa sì assai ovvia, è stata quella del fastidio diffuso, politici che interrompono con prepotenza sardonica, risatine per evitare di completare le frasi, voci sovrapposte con quel filo di saccenza tipica di chi crede di possedere le redini del salotto. Invece neanche un po’, le fila le ha rette proprio lei, volto e voce di un'edizione che, nonostante fosse in duo col collega Telese, ha fatto il balzo in avanti da protagonista. È stata Marianna Aprile, la prima a chiedere conto a Roberto Vannacci da dove accidenti pensava di prendere le coperture finanziarie per il suo colorito programma, perché «funziona così in una trasmissione: i giornalisti fanno le domande, i politici rispondono e dicono anche dove trovano i soldi per fare le cose». E quando l’onorevole ridacchiando sotto le mostrine virtuali ha risposto che lui non faceva certo il ragioniere, ha regalato al pubblico una volta tanto la definizione chiara dell’espressione “propaganda”. La modalità di Aprile è sempre la stessa. Un giornalista, ospite, invitato, partecipante o concorrente che sia pensa di poter parlare a caso, abituato dalla brutta deriva recente a poter dire quel che capita senza interruzioni di sorta. A questo punto lei poggia le mani sul tavolo specchiato, prende fiato e, implacabile, riassume secondo buon senso lasciando che la contraddizione appena sganciata si infranga maldestramente sul pavimento lucido dello studio. Che siano le amicizie di Ranucci, le stragi in mare, i successi di governo o le frequentazioni di Renzi, l’attenzione della giornalista è nello sgombrare il campo dalle frasi fatte, i concetti appesi, le giustificazioni mancanti. Della serie, se dici una cosa me la spieghi, nel merito. Punto e grazie, col sorriso che non guasta, botta e risposta, tic tac, zum zum, come la batteria onomatopeica della sigla della trasmissione. E alla fine della striscia quotidiana si è fatto largo nello spettatore un vago senso di soddisfazione, come una sensazione antica che assomiglia al rispetto. Appunto, strano ma vero.