Forse non è una coincidenza che Emma Bonino sia morta proprio l’11 settembre. Nel giorno dell’anniversario del sacrificio di Salvador Allende, prima ancora che delle Torri gemelle. Nel governo Prodi II, sono stato Capo dell’Ufficio legislativo del Ministro delle Politiche europee, Emma Bonino. Quei due anni per me sono stati una scuola di vita, prima ancora di politica e di burocrazia. Accanto ad un Ministro così forte e rigoroso, sempre in prima linea, studiosa, limpida dura, con se stessa prima che con noi altri. Ho tante immagini. Indelebili. Mi ha fatto lavorare alle “lenzuolate” Bersani, al tesoretto, alla legge finanziaria più lunga della storia repubblicana, ai Di.Co. (cioè le Unioni civili), alla eutanasia di Piero Welby.
In un giorno segnato da un’emozione così profonda, ritengo che il modo più autentico per ricordarla sia quello di affidarmi a un brano di un libro che ho scritto qualche mese fa (Oligocrazia, Bompiani, 2026). Perché, nei momenti di commozione, le parole già scritte tengono meglio misura e lucidità. «Dall’inizio del 2007 i radicali avevano ripreso il tema della pena di morte. Ad accendere i riflettori era stato anche Marco Pannella, ovviamente. Che da eurodeputato aveva fatto approvare una risoluzione per chiedere all’ONU una moratoria universale delle esecuzioni. Il tema arrivò anche al ministero e la Bonino mi convocò con il solito garbo. Chiedendomi anche qui se la volessi/potessi aiutare. Soprattutto perché la moratoria si votava al Palazzo di Vetro a dicembre e l’idea era quella di usare anche la maratona di New York come momento di promozione. Io che c’entravo? Dovevo rivedere il testo della moratoria?










