La notizia della prematura scomparsa di Denise Cosco ha suscitato un’ondata di profondo cordoglio e partecipazione in tutta la regione. A farsi interprete del dolore collettivo è il Coordinamento Belle Ciao della CGIL Calabria, che si è stretto attorno a quanti hanno sostenuto la giovane donna nei suoi anni più complessi. Denise si è spenta a soli trentacinque anni, compiendo il medesimo tragico destino anagrafico della madre, Lea Garofalo, la testimone di giustizia assassinata dalla ‘ndrangheta nel novembre del 2009.
Il sindacato ha voluto rimarcare il valore straordinario della scelta compiuta a suo tempo dalla ragazza, la quale trovò la forza di rompere ogni legame di omertà per accusare direttamente i responsabili del delitto, a partire dal padre Carlo Cosco e dal suo gruppo criminale. Una vicenda che si chiude in modo doloroso ma che ha impresso un segno indelebile nella storia del riscatto sociale della regione.
L’accusa sulle lacune dell’assistenza ai superstiti e l’eredità della mafia
Nel loro intervento, le rappresentanti del Coordinamento Belle Ciao pongono l’accento sulla dimensione drammatica e prolungata che la brutalità dei clan esercita sui superstiti. Secondo la struttura regionale della CGIL, il dramma umano vissuto da Denise dimostra in modo inequivocabile come la furia criminale non si esaurisca con l’atto spietato dell’omicidio, travolgendo a lungo termine anche le vite dei familiari rimasti soli.Nella riflessione diffusa dalla componente sindacale si evidenzia infatti come “la morte di Denise ci ricorda che la violenza mafiosa non uccide una volta sola. Uccide le madri, uccide i padri, ma continua a uccidere il futuro dei figli, lasciando ferite che le Istituzioni e la società troppo spesso non sanno curare e proteggere fino in fondo”. Un’analisi che chiama in causa la necessità di potenziare i percorsi di tutela psicologica, sociale ed economica destinati ai testimoni di giustizia e ai loro parenti.












