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Dieci medici di un’azienda sanitaria romana sono indagati per aver impedito l’accesso al suicidio assistito, cioè alla possibilità di somministrarsi un farmaco letale, a una paziente terminale che ne faceva richiesta. È la prima volta che succede in Italia: finora i procedimenti penali di questo tipo erano stati avviati in maniera generica contro le aziende sanitarie, con indagini contro ignoti che si erano concluse con l’archiviazione. In questo caso le indagini hanno portato a formulare accuse precise contro i medici coinvolti nel caso.
L’azienda sanitaria di cui fanno parte è la ASL Roma 1, e del caso si sta occupando il tribunale di Roma: è in programma per il 16 dicembre l’udienza davanti alla giudice per le indagini preliminari per decidere se i medici dovranno essere rinviati a giudizio o meno. Le ipotesi di reato contestate ai medici sono rifiuto e omissione di atti d’ufficio, violenza privata e tortura.
Il caso è quello di Sibilla Barbieri, la scrittrice e regista che alla fine di ottobre del 2023 era andata in Svizzera a morire col suicidio assistito proprio perché non era riuscita a farlo in Italia. Aveva 58 anni ed era una malata oncologica terminale. La ASL Roma 1, a cui aveva fatto richiesta di accedere al suicidio assistito, glielo aveva negato sostenendo che non fosse tenuta in vita da «trattamenti di sostegno vitale», uno dei requisiti per accedere alla pratica.







